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Il titolare del "Mille Lire" deve rispondere di bancarotta

Il titolare del "Mille Lire" deve rispondere di bancarotta

Girava soldi da una società all'altra, titolare del "Mille Lire" verso il processo

Albino Candelù dovrà presentarsi di fronte al gup Marco Biagetti per rispondere di bancarotta per distrazione e documentale della società che gestiva un locale di strip dance in Friuli

Dopo l'istanza di fallimento del "Mille Lire" presentata a luglio dal sindacato si profilano nuovi guai all'orizzonte di Albino Candelù, proprietario del locale che ha fatto la storia delle nottate "hard" dei trevigiani. Il 25 febbraio prossimo infatti dovrà presentarsi di fronte al gup Marco Biagetti per rispondere di bancarotta per distrazione e documentale in merito alle vicende legate al crac del "Mille Lire" di Zoppola, in provincia di Pordenone.

La vicenda, che risale all'aprile del 2017, ha a che fare con il fallimento della società "Les Papillons", di cui Candelù era l'amministratore unico. Secondo le ipotesi della procura di Treviso avrebbe distratto 116.409 euro dal patrimonio societario, attribuendoli, senza una reale giustificazione economico-finanziaria, ad un altra delle sue creature, la "Venere srl", che si occupava proprio della gestione del locale di Preganziol. Le compensazioni, che servivano in realtà per pagare debiti e altre esposizioni della "Venere srl" avvennero effettuate attraverso un conto finanziamento soci ed altri utilizzando un meccanismo fiscale che richiamava la situazione di esposizione debitoria della seconda società.

Inoltre Albino Candelù avrebbe tenuto le scritture contabili della fallita "Les Pappilons" in modo tale, è la tesi accusatoria, da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, in particolare i conti finanziari relativi ai rapporti intrattenuti dalla società fallita con la "Venere", in quanto erano tutte documentazioni che mancavano dei saldi di apertura e chiusura, riportavano ingenti saldi negativi del conto cassa e cospicue cifre che, secondo quanto riferito agli investigatori da dipendenti della "Pappilons", non corrispondevano al vero.

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