Processo Compiano, il curatore fallimentare in aula: «Fu bancarotta»

Giovedì 20 febbraio si è tenuta la fase dibattimentale del processo per bancarotta. Respinta la richiesta della difesa per modificare il reato alla meno grave appropriazione indebita

E' iniziata con una battaglia procedurale e interpretativa tra la difesa e il pubblico ministero la fase dibattimentale del processo a Luigi Compiano, finito alla sbarra per il crac del gruppo Nes, il colosso della sicurezza fallito nel 2013.

Oggetto del contendere: i 36 milioni circa di soldi liquidi spariti dal caveau della società che, secondo l'ipotesi dell'accusa avrebbero preso la strada delle tasche di Compiano, in parte utilizzati anche per l'acquisto di auto d'epoca da parte dell'imprenditore e poi intestate a una società "di comodo" del gruppo industriale. Nel formulare il rinvio a giudizio il gup Angelo Mascolo aveva derubricato quei fatti da bancarotta per distrazione a appropriazione indebita; il denaro infatti, si legge nel dispositivo, sarebbe sempre rimasto di proprietà di chi lo aveva depositato (fra questi Ikea, Intesa, Veneto Banca e alcuni assicurazioni). Per il pubblico ministero Massimo De Bortoli invece quelle somme erano entrate nel patrimonio della North East Service, come confermato dagli assegni intestati a Nes e  depositati proprio da Compiano a "copertura" dei prelievi. E quindi si sarebbe trattato di una bancarotta per distrazione.

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Al processo, malgrado la decisione del gup, si arriva con un capo di imputazione che, in merito a quegli ammanchi dal caveau, parla ancora di bancarotta. Giovedì mattina, 20 febbraio, in apertura della prima udienza durata fino a metà pomeriggio, il difensore di Compiano, l'avvocato Piero Barolo, ha presentato un'istanza per far dichiarare nullo il capo di imputazione per "indeterminatezza". Il legale chiedeva al collegio, composto dai giudizi Francesco Sartorio, Leonardo Bianco e Cristian Vettoruzzo, di rimandare le carte al gup affinché questo sollecitasse la Procura a modificare il reato e farlo tornare, come deciso in udienza preliminare, alla meno grave appropriazione indebita, per quanto aggravata. Ma il Tribunale, rilevando che comunque si tratterebbe di una "nullità relativa", ha respinto l'istanza della difesa. Si è quindi andati avanti con la bancarotta, spiegata in parte nel corso della deposizione di Sante Casonato, il curatore del fallimento della Nes che, durante la sua testimonianza, ha ripercorso la ricostruzione della crisi: stretta nella morsa di marginalità sempre più ridotte precipita in una situazione di vero e proprio default della liquidità che le impedisce di far fronte agli obblighi fiscali. I debiti con l'erario iniziano ad emergere con chiarezza nei bilanci e questo porta alcune banche a chiudere i rubinetti. Per la Nes la stretta del credito è il colpo di grazia che porta al fallimento. Ma nel frattempo i prelievi di Compiano sarebbero continuati, aggravando la situazione del gruppo, peraltro penalizzato da una montagna di crediti mai esigiti, di cui 8 milioni solo con altre società della stessa proprietà.

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