Giovedì, 21 Ottobre 2021
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Disordini all'ex caserma "Serena": al via il processo

Giovedì 14 ottobre presidio fuori dal tribunale di Treviso a sostegno dei tre richiedenti asilo attualmente agli arresti domiciliari con l'accusa di essere tra i responsabili dei disordini dell'estate 2020

E' iniziato oggi, giovedì 14 ottobre, con le richieste di attenuazione delle misure cautelari, il processo a Mohammed Traore, maliano di 25 anni, Amadou Toure, gambiano di 26 anni, e  Abdourahmane Signate, 31enne senegalese, in quanto i presunti responsabili  della sommossa avvenuta la scorsa all'interno dell'hub per richiedenti asilo dell'ex caserma Serena di Dosson di Casier. Il collegio, composto dai giudici Francesco Sartorio (presidente), Cristian Vettoruzzo e Leonardo Bianco si è dato 5 giorni per decidere. Gli arresti domiciliari a cui i tre sono sottoposti scadranno comunque nel gennaio del prossimo anno.

Gli imputati erano a stati arrestati con l'accusa di saccheggio, devastazione e sequestro di persona per aver bloccato, usando anche violenza, gli operatori della Nova Facility, il gestore del centro, e il personale medico. Con loro era finito in manette anche Chaka Outtara, ivoriano di 23 anni, che si è però suicidato nel carcere di Verona dove era recluso in regime di isolamento. La rivolta era scoppiata quando il personale medico dell'Uls 2 si trovava all'interno dell centro per comunicare l'esito dello screening anti Covid-19 effettuato il giorno prima sui profughi.

Appena si diffuse la notizia di una positività e si palesò la possibilità di un'altra quarantena qualcuno fra i migranti ha reagito con violenza: alcuni operatori della società che gestisce il centro e personale della Uls 2  si rifugiarono  in una stanza dove gli immigrati avrebbero impedito loro di uscire con violenze e minacce. Poi arrivò la decisione della forze dell'ordine di intervenire in tenuta anti sommossa per sedare la protesta che non si era placata, mentre gli stranieri lanciavano sassi e oggetti contro i poliziotti e avrebbero devastato il centro.


I legali degli imputati, gli avvocati Barnaba Battistella, Giuseppe Romano e Martina Pincirolli, vogliono che in realtà ci siano, sul banco degli accusati, le condizioni di vita applicate agli stranieri dal gestore della struttura, la Nova Facility, e soprattutto al modo in cui fu gestita al tempo dei fatti l'emergenza Covid. «Era come un carcere - spiegano - quello che è successo era ampiamente prevedibile. Vogliamo che nel corso del giudizio tutto questo emerga, il che permetterà di mettere i fatti sotto una luce completamente diversa». Il processo è stato aggiornato al prossimo 10 febbraio.

In difesa di  Mohammed Traore, Amadou Toure e  Abdourahmane Signate è stato organizzato un picchetto di solidarietà fuori dal tribunale. Gaia Righetto, portavoce dei manifestanti, commenta: «Sappiamo come funziona la macchina della Giustizia, che spesso di giusto non ha nulla, che condanna e umilia gli ultimi e lascia al potere i più ricchi. Siamo qui per ricordare una storia di abusi, che continua a perpetrarsi ogni giorno da mesi ormai e per pretendere verità sulla morte di Chaka. Quello che sarebbe accaduto all'ex caserma "Serena" lo si poteva prevedere anche senza la sfera di cristallo. Nessuna misura di prevenzione è stata effettuata dall’ente gestore. Raccontano i migranti che nessuno, tantomeno i gestori della caserma, li aveva informati sullo scoppio della pandemia. I ragazzi semplicemente si sono ribellati ad una situazione insostenibile di prigionia e disprezzo delle minime norme di umanità. La caserma Serena, altro non è che è un grande business sulla pelle di esseri umani. E parliamo per di più di esseri umani vulnerabili e in condizioni di difficoltà e di massima ricattabilità. Grazie all’intervento di alcuni avvocati, grazie a delle persone che hanno capito la situazione e hanno deciso di accogliere uno dei ragazzi, grazie ai volontari e agli attivisti antirazzisti abbiamo costruito le condizioni necessarie alla scarcerazione di tutti e tre sopravvissuti. Abdou, Amadou e Mohammad hanno una nuova casa. Ora possono parlare con delle persone amiche, possono rivedere i figli e le compagne sia pure solo su Skype (in prigione non era consentito neppure questo conforto). La vita ai domiciliari per aver semplicemente partecipato ad una protesta legittima, che non ha comportato il ferimento di nessuno è vergognoso e inaccettabile. Oggi siamo fuori dal tribunale per ribadire questa cosa, per non lasciare soli tre ragazzi che per l’ennesima volta si sono visti discriminare da un sistema che colpisce gli ultimi Perché la morte di Chaka non sia stata vana, perché tutti hanno diritto ad una vita degna, perché la libertà è tutto quello che abbiamo».

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