Cronaca

Dal Gambia a Treviso in un anno: "mi hanno torturato e sequestrato"

Ha 24 anni, dopo aver attraversato Senegal e Libia è arrivato in Sicilia: sfruttato e picchiato ha visto amici morire, ora cerca il riscatto in Italia

Seduti alla fermata della corriera ci sono solo 7 dei 31 profughi arrivati ieri (venerdì 24 aprile) a Povegliano (TV), tra questi c’è Assan, un ragazzo di 24 anni originario del Gambia che fa da portavoce al gruppo vista la sua abilità con l’inglese. Mi stringe la mano e dopo qualche convenevole inizia a raccontare la sua storia a ritroso: parte dallo sbarco in Sicilia dello scorso 14 aprile, passando per i lunghi viaggi attraverso Senegal e Libia, per le torture subite, la morte a sangue freddo degli amici e il sequestro di persona.

Assan non è fuggito dalla guerra, ma dalla fame e dalla povertà. E’ il più vecchio di 15 tra fratelli e sorelle ed è arrivato in Italia con la speranza di cambiare la proprio condizione e quella della propria famiglia. La domanda di rito “ma quando siete partiti vi hanno detto che in Italia c’è la crisi?” suona molto stupida se rivolta a chi viene da aree dell’Africa affamate come il Gambia o il Senegal, o da quelle dove la politica è inesistente e la gente muore ammazzata lungo la strada, come la Libia abbandonata del post Gheddafi.

Il viaggio lontano dal Gambia e dalla sua casa in fango e lamiera inizia grazie a 2500 CFA (circa 3,80 euro) con cui Assan riesce a pagare un passaggio in macchina fino a Dakar, capitale senegalese. In Senegal resterà per tre mesi, cambiando città, lavorando come porta borse fuori dai supermercati delle città turistiche, come magazziniere e operaio. Del Senegal non ha un brutto ricordo, dice di averci vissuto bene, dove con bene intende che il lavoro che faceva gli veniva retribuito. Riuscito a mettere via altro denaro parte per la Libia dove sta per otto mesi, a sentire Assan i più difficili della sua vita. L’obiettivo è sempre lo stesso, guadagnare abbastanza da potersi permettere un altro viaggio, l’ultimo in questo caso, quello che dalla Libia porta via mare alle coste siciliane. Il prezzo è molto più alto del passaggio in macchina, si parla di 1200 dirham (circa 300 euro) e lavorare per i libici non risulta affatto facile: “La tua vita può finire in un secondo, mentre cammini per strada o mentre lavori chiunque possa permettersi una pistola può usarla contro di te e ucciderti anche solo per il gusto di farlo.” In Libia Assan ha fatto ogni genere di lavoro, molto spesso non retribuito, ma dice di aver imparato che non bisogna protestare mai per un mancato pagamento quando un suo compagno è stato pugnalato al collo dal datore di lavoro spazientito: “Io sono stato fortunato, sono ancora qui. Ho avuto davvero paura per la mia vita solo una volta, quando sono stato catturato lungo la strada, e chiuso in una stanza. Mi hanno costretto a trasportare sacchi di ghiaia per un mese, al termine del quale mi è stato consegnato un cellulare perché chiamassi a casa e chiedessi un riscatto per essere liberato”. Ma nella sua famiglia in Gambia soldi non ce ne sono così Assan è stato torturato, appeso a testa in giù, picchiato e poi ributtato in mezzo alla strada; con le braccia segnate da ustioni e bruciature di vario genere riesce comunque a dire “ora tutto è passato ma quella è stata la prima e ultima volta in cui ho potuto parlare con mia mamma, ho dovuto farlo per chiedere un riscatto”.

Le storie si moltiplicano e molte di esse finiscono con un sospiro cui seguono delle scuse: “So che non riescono a spiegare bene ciò che ho vissuto durante quegli otto mesi, il problema è che se non hai visto la Libia non puoi capire.” Quanto al suo futuro ha idee chiare, vuole tornare a casa ma prima sa di dover trovare un lavoro così da guadagnare quanto basta per aiutare la famiglia. Dice di aver studiato e lavorato per diverso tempo come perito elettrotecnico e si augura di imparare l’italiano al più presto per poter esercitare qui la sua professione: “Ho bisogno dell’Italia e di tanto aiuto, ma ti assicuro che poi sarò io a essere in grado di aiutare voi.” La lunga chiacchierata e la determinazione con cui pronuncia “here I can be free” fanno pensare che forse alla fine Assan ce la farà.

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