Presa la "cricca" delle discariche, arrestato imprenditore trevigiano

Giovanni Girotto, 65enne di Roncade, è ai domiciliari per aver agevolato un traffico illecito di rifiuti: avrebbe messo a disposizione dell'organizzazione un capannone di Fossalta utilizzato per stoccare il materiale

La discarica di Fossalta di Piave

Ad ottobre del 2018 c'era stato il vasto incendio ad un deposito di rifiuti in via Chiasserini, a Milano. A quella vicenda erano legati i componenti di un gruppo criminale che, negli ultimi mesi, ha continuato a portare avanti i propri affari. Avevano dovuto rinunciare al capannone di Milano, ma restavano gli altri "lavori" in giro per il Nord Italia. E uno dei loro magazzini era in provincia di Venezia, a Fossalta di Piave, in via delle Industrie. Secondo gli investigatori, erano "specialisti del settore" e trasformare l'immondizia in soldi era tra le cose che sapevano fare meglio. Ed è quello che hanno fatto fino a martedì mattina, quando la squadra mobile di Milano - guidata dal dirigente Lorenzo Bucossi - ha dato esecuzione a un'ordinanza di custodia cautelare che ha portato otto persone in carcere e quattro ai domiciliari con le accuse, a vario titolo, di traffico illecito di rifiuti, gestione dei rifiuti non autorizzata, realizzazione di discariche abusive, intestazione fittizia di beni e calunnia. I dodici, stando a quanto accertato dalle indagini dei carabinieri del Noe e della polizia, sono tutti imprenditori e autotrasportatori in qualche modo legati alla discarica abusiva di via Chiasserini, la stessa che la sera del 14 ottobre era stata distrutta da un devastante incendio che aveva fatto scattare l'allarme inquinamento nel capoluogo lombardo.

Agli arresti domiciliari anche Giovanni Girotto, imprenditore 65enne di Roncade: secondo gli investigatori avrebbe messo a disposizione dell'organizzazione il capannone di Fossalta di Piave utilizzato per stoccare il materiale e sequestrato dal Noe di Venezia nel novembre scorso.

Le indagini erano partite proprio la notte del 14 ottobre, quando la discarica di via Chiasserini era andata a fuoco. Per domare le fiamme - ha raccontato la pm Alessandra Dolci, capo della Dda - era stato necessario l'intervento di 172 equipaggi dei pompieri, che avevano lavorato quasi per quindici giorni, anche per scongiurare il rischio diossina. Da quel rogo, senza ombra di dubbio doloso, gli investigatori hanno iniziato il loro lavoro e sono arrivati alla Ipb Italia Srl, che aveva preso il capannone in gestione dalla Ipb, assolutamente estranea a ogni vicenda. Nelle fiamme quella notte erano andate in fumo 13mila tonnellate di rifiuti illegali - quasi tutta plastica -, che lì in realtà non dovevano esserci. Quell'immondizia, che era nascosta da tre container sistemati in verticale, avrebbe creato una montagna di rifiuti alta cinque metri se distribuita su un intero campo di calcio.

Il "modus operandi" degli arrestati era semplice. La Ipb Italia Srl si rivolgeva a delle aziende che trattano rifiuti e stipulava contratti per il loro trattamento, con un pagamento che di solito si aggira attorno ai 150 euro per ogni tonnellata "ricevuta". Quella stessa immondizia, poi, veniva stipata in capannoni abusivi - oltre quello di Milano l'azienda ne aveva altri tre, sequestrati, a Fossalta di Piave, Verona e Meleti - e lì lasciata "marcire". In questo modo - ha spiegato la pm Donata Costa - i titolari della società evitavano di pagare il prezzo per il conferimento a un termovalorizzatore o a un'altra azienda, garantendosi così un guadagnato netto ed "esorbitante". 

Nei quattro mesi e mezzo di indagini, hanno accertato gli uomini della Mobile, nelle casse della Ipb Italia Srl sono entrati un milione e 86mila euro, tutti guadagnati illegalmente con 37mila tonnellate di rifiuti arrivati quasi interamente dal Sud Italia. Il 38% dell'immondizia trattata dalla ditta, infatti, era parte della classica raccolta urbana di Napoli e Salerno e a occuparsi del trasporto al Nord, attraverso delle finte bolle di accompagnamento, era una società di trasporti casertana di proprietà del fratello di un "intermediario" dell'immondizia.

Una volta arrivati in Lombardia e in Veneto, poi, i rifiuti andavano a finire nei capannoni abusivi. E se dovevano essere fatti sparire - come successo in via Chiasserini, dove solo tre giorni prima delle fiamme c'era stata un'ispezione - venivano incendiati. «Hai sentito? Abbiamo finito», avrebbe detto uno degli arrestati a un suo conoscente subito dopo quel rogo. Tre giorni prima, invece, aveva pronunciato un'altra frase, quasi profetica: «Tutto bene, faremo il botto».

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