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Un anno dalla scomparsa di Don Viale, padre del CEIS: il ricordo di Daniele Corbetta

Con la sua opera ha portato a Treviso la prima comunità terapeutica per combattere la tossicodipendenza. Oggi il centro è un'eccellenza nazionale nella cura e nella riabilitazione di persone con problemi di dipendenze e, grazie alle cooperative Erga e Kapogiro, si occupa anche di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di donne con problemi psichici

TREVISO È passato un anno dal giorno in cui Don Antonio Viale, fondatore del Ceis di Treviso, ci ha lasciati. Il Ceis è una cooperativa che si occupa dell’accoglienza e della riabilitazione in comunità terapeutiche di persone con problemi di tossicodipendenza. È giusto ricordare Don Antonio non solo per l’affetto che si nutre nei confronti di un uomo che, con le sue idee e la sua opera, ha sostenuto nel nostro territorio tanti ragazzi e tante famiglie alle prese con la terribile esperienza della droga, ma anche perché la sua storia testimonia una stagione di cambiamenti e conquiste in camposociale che non dobbiamo pensare essersi conclusa o pienamente realizzata.

"A cavallo fra gli anni settanta e ottanta - raccontra Daniele Corbetta, presidente CEIS di Treviso - il consumo di droga in Italia registra un’impennata. Le istituzioni, il sistema sanitario (nato in quegli anni grazie al lavoro della trevigiana Tina Anselmi) ma soprattutto la società non sono attrezzati per affrontare il fenomeno delle sostanze stupefacenti. L’esperienza più innovativa per il sostegno di persone con dipendenza si afferma a Roma, dove Don Mario Picchi fonda la prima comunità terapeutica CEIS. Aldo Nencioli, storico insegnante e preside del Liceo Canova, racconta di un gruppo di genitori della parrocchia Sacro Cuore di Treviso che, sostenuti da Don Fernando Pavanello e Don Giorgio Marcuzzo, nel 1983 si recano a Roma per incontrare Don Picchi, mossi dalla speranza di poter aiutare i propri figli senza doversi spostare a Verona o Lucca (le comunità più vicine)".

"L’uomo giusto per questa missione si rivela proprio Don Antonio Viale, un sacerdote trevigiano che prestava servizio nella parrocchia capitolina della Borghesiana fra “poveri, zingari, immigrati e drogati” - continua il Presidente - Siamo nel gennaio 1984 quando nell’ufficio del notaio Di Francia viene fondata ufficialmente la “Comunità Terapeutica del CEIS in Treviso”. Nei suoi ricordi Giorgio Tonietto racconta di come “il Don” (come si usano spesso chiamare confidenzialmente gli uomini di Chiesa) fosse molto impegnato per la ricerca di strutture: quella di Santa Maria del Rovere, quella di Campocroce per la comunità di residenza o quella di Sant’Artemio. Negli incontri con i responsabili delle istituzioni la fatica più grande era far passare il concetto che al centro del problema c’è la persona, non il sintomo, e soprattutto che la droga non riguarda pochi giovani emarginati o controcorrente, ma un fenomeno che negli anni si è diffuso a tutti i ceti sociali (in particolar modo con la diffusione della cocaina) intrappolando anche le vite all’apparenza più normali".

"Oltre al suo coraggio e alla sua testimonianza -chiosa Daniele Corbetta - l’altro grande merito di Don Antonio, ben prima che la malattia lo colpisse, è stato quello di preparare una squadra che continuasse il cammino da lui iniziato. Un aspetto non banale nel complesso panorama della cooperazione sociale, dove molte esperienze nate dalla società civile e in particolare dal mondo del volontariato cattolico, sono negli anni diventate realtà quasi istituzionali nell’erogazione di servizi sociosanitari. Oggi il Ceis di Treviso è un’eccellenza nazionale nella cura e nella riabilitazione di persone con problemi di dipendenze e grazie alle cooperative Erga e Kapogiro si occupa anche di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di donne con problemi psichici. Il gruppo conta oltre ottanta soci, fra cui molti genitori, e accoglie ogni anno più di trecento persone in difficoltà. Don Antonio con la sua vita ci ha trasmesso il messaggio che la solidarietà è prendersi cura l’uno dell’altro ma per farlo dobbiamo avere il coraggio di affrontare a viso aperto ciò che rende gli uomini schiavi".

La testimonianza migliore dell’opera di Don Antonio sono le parole che E.B., un ragazzo che grazie ad un percorso terapeutico si è lasciato alle spalle la schiavitù della dipendenza, ha voluto dedicare al padre del CEIS di Treviso: «Mi piace ricordarti così come gli alberi. Quegli alberi lì da sempre. Al centro di una piazza o alla fine di un campo che nel loro semplice apparire definiscono il paesaggio, ed innegabilmente anche i nostri ricordi. Quegli alberi che hai visto piegarsi al vento senza mai spezzarsi. Presenze silenti che, in un rassicurante ripetersi, scandiscono il teatro della vita annunciando l’arrivo dei freddi inverni ma altresì promettendo sempre nuove primavere. Quegli alberi che ci offrono il più significativo degli esempi: per avere dei frutti bisogna avere cura dei fiori. Ma anche che, prima di diventare una grande pianta, sono stati teneri germogli. Quegli alberi che con grande dignità ti insegnano a morire in piedi. Quegli alberi che vorresti abbracciare. Ancora».

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