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Lunedì, 17 Giugno 2024
Cronaca Caerano di San Marco

Segrega il fidanzatino della figliastra, 46enne condannato a 1 anno

L'uomo, residente a Caerano San Marco, era imputato con la moglie dei reati di sequestro di persona, violenza privata e lesioni, questi ultimi finiti in prescrizione. Per lui è scattato il beneficio della sospensione condizionale della pena. La donna invece è stata prosciolta. I due giovani, al tempo dei fatti, accaduti nel 2012, avevano solo 13 anni

Secondo le accuse del pubblico ministero Davide Romanelli avrebbero agito perchè non riuscivano ad accettare che la figlia, 13enne, avesse una relazione con quel ragazzo. Per questo, una volta scoperto nella stanza da letto di lei, lo avrebbero segregato e picchiato alle gambe con una mazza da baseball.
E' finita oggi, 17 marzo, con una condanna e una assoluzione il processo di primo grado alla coppia di quarantenni  finiti nel mirino della giustizia con l'accusa di sequestro di persona, violenza privata e lesioni. Nei confronti dell'uomo, O.M., 47anni di Caerano (difeso dall'avvocato Francesco Pagotto), patrigno della ragazzina, è stata emessa una sentenza di 1 anno di reclusione (con il beneficio della sospensione condionale della pena) per il solo reato di sequestro di persona, essendo gli altri capi di imputazione finiti in prescrizione. La madre della 13enne, la 45enne F.B, è stata invece prosciolta.

La vicenda era arrivata in tribunale a ben otto anni di distanza dai fatti. Era il 24 novembre 2012 quando, a Caerano, il giovane di origine marocchina e la sua coetanea, figlia della coppia di imputati, vennero sorpresi a casa di lei dai genitori che rientrarono prima del previsto. «Lui era il mio fidanzatino – ha spiegato la ragazza, ora maggiorenne – ma mia madre e il suo compagno, che per me è come un padre, non approvavano questo fatto. Lui, infatti, era una “testa calda” che spesso mi faceva sparire oggetti quando andavo a scuola, come cellulare ed altro, che poi mi restituiva, vantandosi di risolvere il caso. In realtà, secondo me, era lui con la complicità di suoi amici a farlo. Io comunque stavo assieme a lui nonostante i miei disapprovassero la nostra frequentazione. Quel giorno ci sorpresero assieme a casa. Il mio patrigno si rinchiuse in camera con il mio fidanzatino per non più di mezz’ora: quello che successo non lo so di preciso ma di sicuro non lo sequestrò».

Diversa la versione che ha dato il ragazzo, che invece ha sostenuto che il patrigno  lo rinchiuse nella camera da letto di lei e gli puntò addirittura un fucile contro, ordinandogli di restituire un cellulare alla ragazza, «Era convinto che ci fossi io dietro alla sparizione ma  non c’entravo nulla. Ricordo - ha detto in aula -  che mentre ero lì i miei parenti mi chiamarono al telefono ma ero costretto a non dire dov’ero perché lui mi minacciava con il fucile e con una mazza da baseball. Ad un certo punto, in arabo, riuscii a dire a mio zio dove mi trovavo e, poco dopo, arrivarono anche i carabinieri. A quel punto, lui mi liberò, facendomi uscire da una porta sul retro della casa. Ricordo che ero sconvolto e che scappai e in piazza, dove  trovai mia madre con altri carabinieri. Poi mi recai all’ospedale per farmi medicare le botte alle gambe che avevo ricevuto».
  

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