Si gettano nel Livenza per sfuggire alla cattura: ecco perché la banda non è in carcere

I carabinieri accusano il pm di turno di non aver dato il via libera a un fermo di polizia giudiziaria, la Procura risponde che non c'erano i presupposti per farlo: chi ha torto?

MEDUNA DI LIVENZA La banda di ladri (presunta, visto che non ci sarebbero prove che abbia commesso dei furti) che si è gettata nel Livenza a Meduna per sfuggire alla cattura è già libera. Sui tre albanesi pende soltanto una denuncia per ricettazione, relativa all'Audi A6 station wagon risultata rubata. Perché non sono in carcere? Secondo i carabinieri, intervenuti con diverse pattuglie e decine di uomini per catturarli, è stato il pm di turno a non dare il via libera per un fermo di polizia giudiziaria, prodromico a una richiesta di misura cautelare. Per il reato contestato però il provvedimento non ha quasi ragione di esistere, non secondo il pm ma secondo la legge considerato che due dei tre componenti della banda risultano incensurati.

Chi ha sbagliato? Tutti o nessuno. Di certo si sarebbe potuto agire in maniera differente, e forse i tre sarebbero stati assicurati alla giustizia. In altre parole, se ci fosse stata una comunicazione più efficace tra forze dell'ordine trevigiane e pordenonesi e le relative procure qualcosa di diverso probabilmente sarebbe accaduto.

A cominciare dalla richiesta di fermo. Se da un lato è previsto dall'ordinamento giudiziario anche per il reato di ricettazione (difficilmente però avrebbe retto in sede di convalida, almeno non per tutti gli occupanti dell'auto), dall'altro sarebbe stato forse più "semplice" arrestare i tre albanesi per resistenza a pubblico ufficiale e confrontarsi con il pm entro le 24 ore successive previste dalla legge, portando a corredo dell'arresto anche le denunce per ricettazione, porto abusivo di oggetti atti a offendere e furto aggravato.

Nelle 48 ore successive, al posto del processo per direttissima che probabilmente li avrebbe comunque rimessi in libertà magari con una misura cautelare meno afflittiva del carcere, il pm avrebbe potuto chiedere la convalida dell'arresto e una misura cautelare anche in galera, se supportato dai gravi indizi di colpevolezza necessari per far rimanere la banda dietro le sbarre.

Al momento non è dato sapere se la Procura di Pordenone stesse indagando su di loro o se fossero pedinati soltanto perché si spostavano su un'auto rubata, ma è chiaro che qualcosa, al termine del rocambolesco inseguimento e del tentativo di fuga a nuoto, è andato storto. Ed è altrettanto chiaro che i tre rimangono in libertà.

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Quello che risulta meno chiaro però è se sia giusto cercare il responsabile di questo esito e puntare il dito contro qualcuno (che sia la magistratura o le forze dell'ordine) piuttosto che analizzare i fatti e capire come il lavoro di tante persone (sia magistratura che forze dell'ordine) possa portare a risultati diversi assicurando dei malviventi, ancora presunti, alla giustizia.  

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