Cronaca

Occupazione dell'ex Telecom, condannati 25 attivisti del Collettivo Ztl

Un mese di reclusione, pena sospesa, per i protagonisti del blitz del 9 settembre 2013. Lo sgombero dell'area da parte delle forze dell'ordine avvenne il 28 gennaio 2014

TREVISO Un mese di reclusione, con pena sospesa. Questa la condanna inflitta in mattinata dal giudice del tribunale di Treviso, Cristian Vettoruzzo, a 25 attivisti dell'allora "Collettivo Ztl" che dal 9 settembre 2013 al 28 gennaio 2014 (data in cui avvenne lo sgombero, con ampio spiegamento di forze dell'ordine) avevano occupato l'ex sede Telecom di via Dandolo. I giovani protagonisti dell'occupazione (attualmente impegnati presso il centro sociale Django, ex caserma Piave, a sua volta occupata nel 2014) erano difesi dall'avvocato Giuseppe Romano. Tra loro anche il consigliere comunale di Sel, Said Chaibi.

IL COMMENTO DI LUIGI CALESSO Sono andato con all’ex-campo di atletica delle Stiore occupato da ZTL, sono andato alla ex-Telecom, all’ex-Enel di porta Carlo Alberto e alla ex-caserma Piave. Ho partecipato alla marcia dei “mille ombrelli” seguita allo sgombero della ex-Telecom, ho detto la mia nelle assemblee e ho sempre pensato che la decisione finale spettasse a chi le occupazioni le aveva fatte, anche per il semplice motivo che avrebbe risposto in giudizio delle proprie scelte (e la sentenza di due giorni fa relativa proprio all’occupazione della ex-Telecom lo dimostra). Se è innegabile che in questi anni nella nostra città c'è stato un cambiamento vistoso a livello politico ed amministrativo è innegabile che molta parte di questo cambiamento è partita proprio da quelle occupazioni, dall’apertura di quei luoghi, dalla condivisione da parte di tante altre persone di quelle battaglie. La ex-Filt Cgil e la ex-caserma Piave sono due dei pochi luoghi della città recuperati in questi anni (il “no-profit” ha saputo fare meglio del “profit” che finora, ha presentato tanti progetti ma recuperato ben poco) non per un caso fortuito ma proprio grazie a processi nati dalla occupazione di quegli spazi da parte dei ragazzi di ZTL. Va detto, però, che non sempre questo cambiamento viene interpretato adeguatamente, anche da chi lo condivide. In molte occasioni, ad esempio, viene dato valore alla “multietnicità” delle scuole trevigiane ma, anche qui, c’è una domanda da farsi a proposito della “legalità”. Quanti dei genitori “stranieri” dei compagni di scuola di mia figlia sono arrivati in Italia negli anni ’90 da “clandestini”, da “irregolari”, da “illegali” per poi diventare “regolari” grazie ad una sanatoria (probabilmente decisa da un governo di centrodestra)? Allora, quando si celebra la “multi etnicità” bisognerebbe anche ricordare che questa ricchezza della nostra società è nata dalla “illegalità” di tanti migranti che – tanto per dire – sono poi diventati elemento essenziale della economia trevigiana e del Nord-Est. Proprio perché la questione della “legalità” ha politicamente un valore che non è solo giuridico, di fronte alle condanne per l’occupazione della ex-Telecom penso che l’amministrazione cittadina e l’associazione Open Piave che gestisce il recupero della ex-caserma debbano fare una scelta di campo netta. L’amministrazione cittadina, se non lo ha già fatto, ritiri la denuncia per l’occupazione della ex-caserma Piave, se lo ha già fatto lo dichiari pubblicamente facendo vanto di aver interpretato quel gesto dando vita al più importante progetto di recupero di uno spazio pubblico in corso in città. L’associazione Open Piave dichiari apertamente che la progettazione partecipata per il recupero della ex-caserma (processo che raggruppa associazioni, gruppi, persone anche molto diversi tra di loro) è il risultato dell’occupazione di quel luogo da parte dei ragazzi di ZTL. Soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione cittadina si tratterebbe di un riconoscimento importante innanzitutto della propria capacità di guardare ai fenomeni nuovi della società, di interpretare i conflitti (invece di evitarli o dissimularli) trasformandoli in sfide da raccogliere ed a cui dare risposta politica, non giudiziaria. Alla ex-caserma Piave l’amministrazione può vantar anche di aver contribuito a realizzare un percorso di partecipazione in cui i cittadini propongono, discutono, scelgono e realizzano. E questa è la partecipazione democratica, moderna, innovativa, non quella stantia che organizza cinema all’aperto (iniziativa sicuramente interessante ma che con i processi partecipativi non ha nulla a che vedere). Ci saranno critiche ed opposizioni a questa scelta di campo dell’amministrazione e di Open Piave ma sappiamo già da chi verranno. Ad urlare “legalità” ci saranno i soliti fascioleghisti che sostenevano la “rivoluzione dei forconi” e, forse obunibilati ai “presidi” dall’odore delle ondate di costicine (le costicine, dato culturale saliente della citata "rivoluzione"), non si rendevano conto che i blocchi stradali avevano ben poco a che fare con la legalità. Tra i critici nella maggioranza, invece, ci saranno qualche avanzo di stalinista che non ha mai capito la differenza tra “legalità” e “giustizia” e qualche benpensante. Sempre per quanto riguarda la differenza tra i fatti e le parole, ricordo che alla fine del 2014 i miliziani di Daesh attaccarono in Siria la città curda di Kobane: occuparla sarebbe stata una vittoria sul piano militare e strategico ma, soprattutto avrebbe aumentato l’aura di invincibilità del califfato, aura che ha portato tanti nuovi militanti nelle sue fila. Tra i difensori di Kobane (che ruppero l’assedio all’inizio del 2015 ricacciando le milizie dell’Isis) c’era un italiano, Karim Franceschi che adesso è di nuovo in Siria e combatte con le forze democratiche siriane (arabe e curde) per liberare dall’Isis la città di Raqqa, capitale siriana del califfato. Karim Franceschi non viene dall’esercito, non è islamofobo o razzista: viene da un centro sociale di Senigallia.

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