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Giovedì, 18 Aprile 2024

Ragazzi isolati in casa dopo la pandemia, decine di casi nella Marca

Il bilancio dell'attività dell'Unità funzionale distrettuale adolescenti (Ufda) dell’Ulss 2: 354 i giovani fino a 24 anni presi in carico e tra questi il 15% soffrirebbe della sindrome di Hikikomori. Il commento di Nicola Michieletto, direttore dell’Unità operativa Infanzia, Adolescenza, Famiglia e Consultori, Nicola Michieletto

Sono stati 354 i ragazzi, nel 15% dei casi con problemi di “isolamento sociale”, presi in carico dall’Unità funzionale distrettuale adolescenti (Ufda) dell’Ulss 2 nei primi sei mesi di attività del Servizio. I giovani, di età compresa tra i 14 e i 24 anni, soprattutto ragazze, provenivano da tipologie familiari diverse e per la maggior parte si sono rivolti al Servizio in maniera spontanea. Questi i principali dati forniti oggi. 15 dicembre, dal direttore dell’Unità operativa Infanzia, Adolescenza, Famiglia  e Consultori, Nicola Michieletto, presentando il bilancio dell’attività svolta da marzo a novembre 2022.  

«L’Ufda rappresenta un Servizio sperimentale nel cui ambito adolescenti e giovani adulti che percepiscono un disagio della sfera emotiva e comportamentale e i loro genitori possono ricevere una consulenza e una presa in carico multidisciplinare psicologica-psicoterapica e psicoeducativa integrata – ha spiegato il dr Michieletto -. I ragazzi vengono presi in carico tempestivamente, al massimo entro 12 giorni dal primo contatto che avviene tramite Cup dedicato. Al primo colloquio telefonico, durante il quale viene effettuato un triage, segue un intervento a breve termine (8 sedute che possono essere raddoppiate se necessario) costruito su misura per il ragazzo. Le principali problematiche riscontrate finora hanno riguardato disturbi della sfera affettiva (problemi di comunicazione ambientale familiare distorta) e disturbi legati ad ansia e stress con o senza ritiro scolastico e sociale».

Alessandro e William

Due i ragazzi che hanno voluto portare la loro testimonianza riguardo alla propria esperienza, per far sapere agli altri giovani che c’è un posto, l’Ufda, dove trovare sostegno e risposte alle proprie difficoltà: William e Alessandro, 22 anni il primo e 19 l’altro. William ha deciso di contattare l’Ufda di Castelfranco grazie al consiglio di un’amica cui aveva confidato di “vivere un periodo di stress correlato alla sfera affettiva e alla pressione sociale”. Con l’aiuto dell’équipe del Servizio ha trovato la forza per costruire il suo futuro e affrontare i problemi anziché sfuggirli o, come ha sottolineato, “nasconderli sotto al tappeto”: oggi frequenta un corso di video-making, lavora come cameriere ed è sereno e soddisfatto di sé stesso. Anche il percorso di Alessandro, studente di fisica, ha avuto esiti positivi. Resosi conto di avere un “disturbo d’ansia che influiva anche sull’alimentazione” ha avuto il coraggio di chiedere tempestivamente aiuto, proprio come quando “per un malessere fisico ci si rivolge al medico di famiglia”. Non facendosi intimidire dallo scetticismo della famiglia nei confronti dei professionisti della salute mentale, ha deciso di rivolgersi al Consultorio di Treviso, dove sapeva avrebbe trovato il sostegno di cui necessitava.

«Ringrazio il gruppo di lavoro del progetto Ufda per aver dato vita a questo importante Servizio e i due ragazzi che oggi hanno portato la loro preziosa testimonianza – ha commentato il direttore generale, Francesco Benazzi -. L’Ufda aiuta a combattere l’isolamento che i giovani hanno dovuto subire a causa del difficile periodo della pandemia, che ha portato con sé un incremento del 30% dei disturbi nell’ambito della  salute mentale. Questo servizio rappresenta un faro per i “nostri” ragazzi  e per i loro genitori».

«Si tratta di un progetto particolarmente importante in un periodo, quello della pandemia, che ha lasciato conseguenze importanti, anche se non sempre immediatamente rilevabili, a livello psicologico nei nostri ragazzi – ha ricordato Roberto Rigoli, direttore dei Servizi Socio-Sanitari –.  Il progetto è doppiamente importante perché coinvolge, oltre ai ragazzi, anche le famiglie».

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