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Cronaca Santa Bona / Borgo Domenico Capriolo

Omicidio Joco Durdevic, il capoclan sarebbe stato vittima di una trappola

A dirlo, nell'udienza odierna, 19 dicembre, del processo al "nipote" Branko, accusato di omicidio volontario premeditato, è stata una delle figlie del 52enne, forse il massimo esponente della comunità rom di Treviso

Sarebbe stata una trappola quella tesa a "Joco" Durdevic, il 52enne capoclan dei rom ferito a morte (il decesso per le ferite verrà dichiarato quasi un mese dopo) l'8 febbraio del 2021 da un colpo di pistola sparato dal "nipote" Branko Durdevic. Il 37enne, arrestato dopo i fatti, è a processo in cui deve rispondere di omicidio volontario premeditato, così come sono anche premeditati i tre tentati omicidi del genero di "Joco" e di due delle sue figlie.

A tendere l'agguato sarebbe stata una telefonata della compagna dell'omicida, che in realtà si sarebbe trovata in Croazia: nella casa di Borgo Capriolo si sarebbe infatti trovata la nipote che era rimasta a vivere con la madre e che il 52enne avrebbe voluto vedere. Ma all'appuntamento sarebbe stato presente solo Branko (che aveva stretto una relazione con la nuova di Joco, che era stata anche la "moglie" del figlio Riccardo, al tempo detenuto) che, al termine di una violenta discussione che aveva riguardato anche gli altri due nipoti del 52enne, avrebbe sparato due colpi di pistola di cui uno ha raggiunto Durdevic alla testa, provocando la rottura delle ossa delle scatola cranica e la ferita risultata poi mortale.

Il dettaglio, per la verità parzialmente già noto, è stata svelata in aula oggi, 19 dicembre, nel corso della testimonianza di una figlia di Joco. Ai giudici, sollecitata dal legale di parte civile (l'avvocato Francesco Murgia) la giovane ha raccontato di aver visto e sentito la madre parlare al telefono con la compagna di Branko (che è anche la sorella di Simone Garbin, indagato nell'inchiesta sullo scandalo dell'assegnazione delle case popolari a Treviso) che gli ha detto di andare a Borgo Capriolo per vedere e forse prendere la piccola.

Nel corso dell'udienza ha testimoniato anche il figlio della vittima, Riccardo, che ha ripercorso i problemi con la compagna, il fatto che il padre gli avesse proposto di far vivere il figlio piccolo con lui per non farli assistere alle continue discussioni tra i genitori, gli accordi successivi di gestione dei piccoli "firmati" dalle due famiglie e la relazione avuta con la moglie di Branko Durdevic mentre questi era recluso.

Ma è stata anche il giorno in cui la difesa (affidata all'avvocato Alessandra Nava) ha cercato di gettare più di un'ombra sulla figura di Joco Durdevic, prima chiamando a testimoniare un cugino che, nel 2011, avrebbe avuto problemi con la vittima dell'omicidio (una infrazione in casa quando la famiglia era presente, scaturita poi in una denuncia) a causa di frizioni tra i figli dovute ad una donna contesa, poi chiamando a testimoniare un uomo, appartanente alla famiglia Levacovic, che il giorno del feritmento di Joco si trovava ai domicilari presso la casa popolare del genero. A questa persona la Nava ha chiesto se Joco si fosse "adoperato" per far avere l'alloggio alla famiglia della figlia. La risposta scomposta dell'uomo - «non vedo cosa questa cosa abbia a che fare con quello di cui stiamo parlando» -  prima che il presidente Umberto Donà dichiarasse domanda non ammissibile, dice però molto sul coinvolgimento di Durdevic nella storia sulle case del Comune che sarebbero state date dietro dei pagamenti fatti agli uffici comunali.

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