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Cronaca

Omicidio di Fiera, testimone viene imputato per favoreggiamento

Arton Gjokaj, 45enne kosovaro, l'uomo che avrebbe dovuto fare da "paciere" nella disputa fra due clan kosovari che sarebbe scaturita nell'omicidio di Ragip Kolgeci, morto assassinato il 12 ottobre del 2022 davanti al bar "la Musa" di viale IV Novembre a Treviso, si ritroverà sul banco degli accusati. L'uomo avrebbe soccorso uno dei partecipanti alla spedizione punitiva tentando di nasconderlo alle forze dell'ordine intervenute sul luogo della tragedia

"Ho visto Bedri Jakupi ricoperto di sangue, aveva la testa spaccata in due. E l'ho portato via, a casa d Afrim Manxhuka". E' bastata questa frase perché Arton Gjokaj, 45enne kosovaro, l'uomo che avrebbe dovuto fare da "paciere" nella disputa fra i due clan, passasse da testimone ad imputato. Il presidente della Corte d'Appello davanti alla quale si sta svolgendo il processo per la morte di Ragip Kolgeci, il 52enne di origine kosovara assassinato la sera del 12 ottobre del 2022 a Fiera, davanti al bar "La Musa" di viale IV Novembre, ha deciso che Gjokaj debba rispondere del reato di favoreggiamento nell'omicidio dell'uomo e nel tentato omicidio del figlio del morto, Kastiot e del nipote Clirim.

E' questa la svolta nel procedimento che vede alla sbarra 10 persone tra cui il 52enne Afrim Manxhuka e il nipote 33enne Valmir Gashi. Il primo è accusato di aver inferto alla Ragip Kolgeci la coltellata mortale che gli ha reciso l'arteria femorale, il secondo di aver infierito sulla vittima con un oggetto metallico che gli ha sfondato il cranio.

Gjokaj era arrivato in Tribunale per deporre sulle circostanze che avevano portato allo scontro fra i due gruppi. Motivo del contendere sarebbe stato un debito di 500 euro che Kastiot Kolgeci (costituitosi parte civile e assistito, così come la madre e le altre tre sorelle, dall'avvocato Fabio Crea) esigeva da uno degli indagati che però sarebbe stato un "protetto" da Maxhuka. Sullo sfondo la vicenda dell'aborto da parte della figlia della Ragip, cui la donna sarebbe stata costretta in Kosovo dal fidanzato. Il giovane sarebbe stato affrontato dal fratello che lo avrebbe picchiato. Due mesi dopo il ragazzo si sarebbe vendicato facendo visita a Ragip Kolgeci, che al tempo lavorava in un bar nel suo paese natale. L'ex fidanzato avrebbe quindi successivamente contatto Manxhuka (difeso dagli avvocati Luigi Fadalti e Mattia Visentin) promettendogli del denaro se avesse ridotto Kastiot su una "sedia a rotelle". Ma il 53enne avrebbe declinato l'offerta avendo scoperto che lui e l'obiettivo avevano più di qualche amicizia in comune.

Lo stesso giorno in cui si sarebbe consumato l'assassinio i due clan, secondo le regole tribali del Kanun, un antico codice consuetudinario, si sarebbero ritrovati a casa di Manxhuka per cercare una risoluzione pacifica deella vertenza dopo che, il giorno prima, erano volate parole grosse. "Ad un certo punto - rivela Gjokaj - sono stati i Kolgeci ad andarsene dall'incontro sostenendo che l'altro clan dovesse porgerli le scuse".

"La stessa sera ero uscito per andare a mangiare - prosegue nel suo racconto - quando sono passato per caso davanti al bar "La Musa" e ho visto il parapiglia. Ragip era probabilmente già morto: ho notato Afrim ricoperto di sangue e Bedri Jakupi con la testa aperta da un colpo. Gli ho messo qualche cosa per fermare l'emorragia e in macchina l'ho condotto a casa di Maxhuka". Da lì poi Jakupi e il 52enne sarebbero andati in ospedale a Oderzo dove si sarebbero fatti medicare le ferite.

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