Cronaca

Sfruttavano il lavoro nei campi degli immigrati, in quattro a processo

Si tratta di Dil Khurram, pakistano di 34 anni, il connazionale 33enne Junaid Arshad, la trevigiana Monica Corrò, di 51 anni, e la spagnola 34enne Sorayam Casarrubio. Avrebbero sfruttato il lavoro, per lo più in "nero", di almeno 10 cittadini immigrati dal Pakistan, alcuni dei quali minorenni

«Ci svegliavano alla mattina alle 6 e ci caricavano sui furgoni, senza darci l'abbigliamento adatto per il lavoro sui campi. I soldi? Non li ha davvero mai visti, mi avevano promesso 6 euro all'ora ma quando sono andato a protestare perché non li ricevevo sono scattate le minacce».

A parlare è uno degli immigrati  che sarebbero stati sfruttati da quattro persone, due pakistani, una italiana e una spagnola, finiti in carcere nel maggio del 2020 nell'ambito di una attività di indagine mirata a stroncare fenomeni di caporalato nelle aziende agricole dell'hinterland trevigiano. A finire dietro alle sbarre erano stati Dil Khurram, pakistano di 34 anni, il connazionale 33enne Junaid Arshad, la trevigiana Monica Corrò, di 51 anni, e la spagnola 34enne Sorayam Casarrubio. I quattro avrebbero sfruttato il lavoro, per lo più in "nero" di almeno 10 cittadini immigrati dal Pakistan, alcuni dei quali minorenni.

L'indagine era partita a causa di una lite dovuto al mancato pagamento della retribuzione per prestazioni di potatura di vigneti presso aziende del territorio. Il lavoro degli  inquirenti aveva consentito ai militari dei Carabinieri della Compagnia di Treviso e Nucleo Operativo del Gruppo Tutela Lavoro di Venezia di individuare un’azienda esercente nel settore agricolo, con sede legale a Treviso, che reclutava cittadini stranieri da sfruttare come manodopera per lavorare presso aziende della provincia territorio. Gli accertamenti condotti dai Carabinieri attraverso complessi servizi di osservazione, controllo e pedinamento, oltre che controlli ispettivi e acquisizione di informazioni testimoniali rese da numerosi lavoratori, avevano inoltre messo i militari nelle condizioni di far emergere le condotte delinquenziali degli indagati, il titolare dell’azienda fornitrice di manodopera, cittadino pakistano, un suo connazionale, stretto collaboratore e appunto le due rispettive fidanzate.

«Avevo conosciuto uno dei due titolari dell'impresa - ha detto nel corso dell'udienza di oggi, 15 settembre, il 40enne che era finito nella rete degli sfruttatori - alle caserme Serena. Mi aveva detto che mi avrebbe dato di più rispetto a quanto percepivo  facendo lo stesso lavoro da un'altra parte ma di quei 6 ora all'ora non ho mai visto neppure l'ombra. Ci mandavano sui campi senza la minima dotazione, le forbici ad esempio le dovevamo comperare noi. Dormivamo in due appartamenti pieni come un uovo, che ospitavano fino a 35 persone. Dovevamo anche pagarci il posto per riposare, 200 euro chi aveva un materasso e 100 euro chi riposava per terra. Ci davano soltanto qualche cosa da mangiare e per chi protestava arrivano minacce anche di morte, rivolte in questo caso ai parenti rimasti in Pakistan.

I quattro imputati avrebbero impiegato gli immigrati approfittando dello stato di bisogno e della situazione di vulnerabilità, ma omettevano di versare loro la prevista retribuzione, che era comunque palesemente difforme dai contratti collettivi regionali e nazionali. Spesso si limitavano alla sola corresponsione del denaro ritenuto necessario per l’acquisto di sigarette e di ricariche telefoniche. Nel corso dell’attività investigativa era  emersa la pericolosità degli indagati, in particolare del pakistano titolare dell’azienda che impiegava in regime di sfruttamento i connazionali. L'uomo, nel febbraio del 2020, aveva infatti dato alle fiamme l’autovettura di un suo concittadino che stava collaborando con i Carabinieri come interprete nel corso delle audizioni dei lavoratori tenute dai militari che stavano facendo luce sulle responsabilità degli arrestati in ordine al triste episodio di caporalato. 

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