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Giovedì, 22 Febbraio 2024
Cronaca

Scandalo case popolari, emerge il nome di un ex "colletto bianco"

L'impiegato, che non sarebbe al momento indagato, sarebbe andato in pensione una decina di anni fa. Secondo alcune rivelazioni avrebbe ricevuto "dazioni" per addomesticare le assegna

Tra le fine del 2011 e il 2013 sono esplose le assegnazioni sospette. Con la verifica dei requisiti totalmente in mano all'ufficio casa e non più affidati ad una commissione consiliare  mista politici-tecnici (una "riforma" voluta nel 2009) a Treviso deflagra la bolla delle case popolari, date con il criterio dell'emergenza abitativa, che finiscono per essere assegnate in prevalenza a nuclei rom. A decidere chi debba avere l'abitazione e chi no, secondo criteri che sembrano essere del tutto discrezionali, un ex "colletto bianco" di Ca' Sugana che, circa dieci anni fa, è andato in pensione. E l'uomo, che non sarebbe stato ancora indagato, avrebbe ricevuto, lui sì "dazioni" da parte di esponenti della comunità nomade del capoluogo per "addomesticare" le domande.

Nello scandalo della case popolari che ha investito Ca' Sugana, portando il responsabile dell'ufficio casa Stefano Pivato ad essere indagato per corruzione, spunta un altro nome. A parlarne sarebbero alcuni degli “intermediari”, fulcro dell'indagine coordinata dal sostituto procuratore Gabriella Cama. Tra di loro c'era chi era un frequentatore assiduo dell'ufficio con a capo Pivato, a cui avrebbe segnalato i casi più "bisognosi" di intervento da parte del pubblico. Tutti avrebbero di fatto allestito una sorta di "ufficio consulenze" e chiesto denaro per i loro servizi, fossero la preparazione dei documenti, la predisposizione dei modelli Isee o semplicemente caldeggiare questa o quella situazione all'Amministrazione comunale.  

«Soldi a Pivato? Mai dati», dicono: ma in passato, dato che il metodo risaliva almeno al 10 anni prima, gli "zingari" avrebbero avuto nell'ex funzionario comunale, ora in pensione, un punto di riferimento, riuscendo a strappare assegnazioni ben oltre i limiti della legge dietro a quelle che vengono definite “dazioni”. 

I fatti in oggetto sarebbero arrivati al tempo all'orecchio di qualcuno dei consiglieri comunali leghisti che, nel 2011, hanno chiesto la convocazione di una riunione di maggioranza urgente. Ma il vertice (il sindaco al tempo era Giampaolo Gobbo) si sarebbe concluso con un nulla di fatto. Sullo sfondo però c'è una questione molto delicata: Gobbo, arrivato al secondo mandato, non era più rieleggibile e qualcuno nella Lega, da sempre impegnata in una battaglia contro le associazioni che si occupano delle persone più in difficoltà, a cominciare proprio dai rom, comincia a venire a più miti consigli. Nel Carroccio, che al tempo sta sfogliando la margherita dei candidati, si sarebbe infatti fatta strada l'ipotesi che, dal punto di vista elettorale, questo scontro avrebbe potuto solo nuocere. Meglio, allora, allargare le maglie del welfare cittadino, inserendovi proprio le assegnazioni di case alle famiglie nomadi. 

Un anno più tardi sarebbero emerse le “conseguenze” di questa apertura. Ci sono bandi in cui rom avrebbero ricevuto più punti di quelli che avrebbero dovuto ottenere e ricevono la casa:  l'esempio è il caso del fratello di Branko Durdevic (il 37enne a processo per aver ucciso lo "zio" Domenico), che si è visto riconosciuti sette punti in più, cosa che gli ha permesso di scalare la graduatoria. O quello di Marco Levacovic, padre di Ronnie (indagato per il duplice omicidio stradale lungo il Terraglio), che risulta essere beneficiario di una abitazione dopo una sorta di permuta. Sullo sfondo le minacce, molto più recenti, che sarebbero state ricevute dagli impiegati comunali: o fate come vi diciamo noi o sono guai. 

Resta una domanda: quale sarebbe il motivo per il quale Stefano Pivato, dirigente del Comune che guadagna al lordo oltre cento mila euro, si sarebbe sporcato le mani per quelle che sarebbero poche lire? Questo è il cuore dell'indagine che stanno portando avanti gli investigatori.

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