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Crac North East Service, Compiano condannato per bancarotta

Sei anni e sei mesi all'ex patron del colosso della sicurezza e della vigilanza privata, a cui sono stati confiscati beni per 3 milioni e 600 mila euro e inflitta una previsionale di 36 milioni

Quella di Luigi Compiano fu bancarotta. Questo è il convincimento dei giudici che oggi, giovedì 7 gennaio, hanno inflitto all'ex patron della North East Service un pena di 6 anni e 6 mesi di reclusione per il crac del gruppo e i reati fiscali commessi tra il 2010 e il 2013 (per quelli avvenuti tra il 2006 e il 2009 è scattata la prescrizione), la confisca per equivalente di beni mobili e immobili per una valore di 3 milioni e 600 mila euro e una previsionale in favore delle parti civili di 36 milioni, immediatamente esecutiva. Inoltre Compiano è stato interdetto a vita dai pubblici uffici e gli sono state applicate, per un totale di 10 anni, tutte le pene accessorie previste in caso di reato fallimentari. 

Alla fine il collegio, composto dal presidente Francesco Sartorio e da Leonardo Bianco e Cristian Vettoruzzo, ha chiuso il primo grado con tre anni in meno rispetto alle richieste del pubblico ministero Massimo De Bortoli (nove anni) ritenendo le aggravanti equivalenti alle attenuanti generiche. «Una sentenza - ha detto De Bortoli  - che comunque soddisfa la Procura dal momento che è stata qualificata in bancarotta quello che il gip aveva definito una semplice appropriazione indebita".

Compiano era  accusato di aver sottratto 36 milioni di euro dai caveu in cui era conservato denaro liquido di soggetti come Ikea, la banca marocchina Attijariwafa, Veneto Banca, Intesa San Paolo, Unicredit, Mondialpol Service, Mondialpol Bergamo, Mondialpol Milano, Vedette Due, Ipermontebello spa, Coop Service e Zurich Insurance, tutti costituitisi come parte civile, per acquistare modelli di lusso di autoveicoli e natanti: 400 auto, 100 motociclette e 70 imbarcazioni. Il presidente della Nes avrebbe portato avanti il suo giochino molto facilmente per anni: banche e supermercati gli affidavano contanti per trasporto e custodia e lui ad ogni consegna avrebbe sottratto denaro, accumulando una fortuna. Il teatrino è andato avanti fino a quando due clienti della Nes, Veneto Banca e Intesa San Paolo, hanno chiesto di riavere i loro depositi, tra i 23 e i 40 milioni di euro. Li volevano cash e subito; invece in azienda sono stati trovati solo 29 assegni firmati da Compiano a titolo di garanzia e nessuna banconota. 

Era stata accurata  la ricostruzione della vicenda da parte del pubblico ministero De Bortoli, una narrazione tutta tesa a giustificare perché si chieda di riqualificare l'appropriazione indebita in bancarotta per distrazione. Secondo l'ipotesi accusatoria infatti i 36 milioni di euro entrati in deposito nel caveau di Nes sarebbero stati prelevati da Compiano, che di quelle trasfusioni di liquidità avrebbe pure lasciato tracce evidenti documentando con una sorta di contabilità parallela l'ammontare di quanto si sarebbe messo direttamente in tasca. Buste che arrivano direttamente alla sede di via Roma 20 a Villorba della società, che poi garantiva la restituzione di quei soldi con assegni che fanno riferimento ai conti correnti della North East Service. Per gli inquirenti quella è la prova che il denaro era entrato nel patrimonio e nella disponibilità di Nes prima di passare nelle mani di Compiano, il quale quindi li avrebbe sottratti all'azienda di cui era il legale rappresentante.

Un caso classico di bancarotta per distrazione, che per la Procura, era pacifico anche alla luce di alcune sentenze della Corte di Cassazione. Tanto più che, aveva argomentato l'accusa nel corso del dibattimento, è Nes stessa che garantisce rispetto ai prelievi di Compiano. E siccome quel denaro Compiano lo aveva  utilizzato solo in minima parte per le altre società, si era di fronte ad una distrazione che, nel caso specifico, ha inferto un colpo letale agli equilibri finanziari della North East Service ed è stata coperta da scritture contabili redatte in maniera tale da occultare i prelievi stessi.

«Io le sentenza non le commento, le leggo» ha detto al termine del processo l'avvocato difensore Piero Barolo, che ha annunciato l'intenzione di ricorrere in Appello.
  

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