Cronaca

Processo Veneto Banca, capo della vigilanza non fece pressioni per la fusione con Popolare di Vicenza

Carmelo Barbagallo,  ex capo del Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia, smentisce così, in maniera categorica, le affermazioni di chi, come l'ex presidente Flavio Trinca, ha raccontato delle enormi pressioni che il capo dei team ispettivi di Via Nazionale avrebbe messo in campo perché i due soggetti si unissero

«Non vi fu nessuna pressione per realizzare la fusione con la Banca Popolare di Vicenza, che era era peraltro un istituto di credito di dimensioni similari a Veneto Banca e che non era quotata in borsa esattamente come l'istituto montebellunese».

Lo ha detto Carmelo Barbagallo, 65 anni,  ex Capo del Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d’Italia. Barbagallo smentisce così, in maniera categorica, le affermazioni di chi, come l'ex presidente Flavio Trinca, ha raccontato delle enormi pressioni che il capo dei team ispettivi di Via Nazionale avrebbe messo in campo perché i due soggetti si unissero. L'ex funzionario della banca centrale italiana  lo ha riferito durante la sua deposizione all'udienza di oggi, venerdì 10 settembre, nel processo a Vincenzo Consoli (difeso dall'avvocato Ermenegildo Costabile), l'ex amministratore di Veneto Banca che deve rispondere dei reati di ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio e falso in prosetto.

«Il nodo della questione - ha detto l'ex responsabile della vigilanza bancaria - è stato che il consiglio di amministrazione della banca si è dimostrato non all'altezza del suo compito. Come realtà locale è chiaro che vi fosse un rapporto con la clientela diverso, fatto anche di conoscenza, ma Veneto Banca, negli anni della crisi finanziaria, ha dato troppo credito anche a chi non avrebbe dovuto riceverne. I risultati, che sono scaturiti dalle mancate riclassificazioni di crediti chiaramente in sofferenza, sono sotto gli occhi di tutti».

Barbagallo ha poi aggiunto che una volta preso atto delle ispezioni di Bankitalia e della necessità di cambiare il cda, bloccò le dimissioni di Consoli, che avrebbe voluto lasciare subito il suo posto, dal momento che la ex popolare sarebbe finita senza guida e in totale disarmo. Ma poi fece notare ai vertici che la presenza di Consoli, stanti le sue responsabilità, era diventata una posizione insostenibile.

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