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Giovedì, 29 Febbraio 2024
Cronaca Vedelago

«Volevamo punire chi adesca minori on line»: il folle piano della gang di Vedelago

Il movente che aveva spinto un 18enne, un 20enne e un minorenne ad attirare in trappola un 50enne a rapinarlo in un casolare abbandonato. Nella memoria dello smartphone del più grande gli investigatori dell'Arma avrebbero trovato le tracce di contatti che il 20enne avrebbe avuto con persone mature all'interno di varie chat gay

Punire uomini che cercavano sulla rete internet incontri sessuali con ragazzi minorenni, facendo così qualcosa "di buono" per la società. Sarebbe questo il movente che avrebbe spinto tre ragazzi (un 18enne, un 20enne e un minorenne) a sequestrare, all'interno di un casolare in costruzione a Vedelago, un impiegato 50enne, seviziato e liberato da un intervento dei carabinieri che tenevano sotto controllo l'immobile da giorni. Ad architettare queste missioni punitive, secondo quanto è emerso dalle indagini, sarebbe stato il più grande dei tre, che è anche affetto dalla sindrome di Crozon, una malattia  dovuta a mutazioni di un gene che determinano una precoce chiusura delle suture craniche e che avrebbe causato al ragazzo non solo delle malformazioni di tipo fisico ma soprattutto numerosi problemi di tipo psicologico (ha anche subito circa un centinaio di operazioni) e una dipendenza da sostanze stupefacenti che in passato lo aveva condotto il cura al Sert. Dentro al suo telefonino gli investigatori avrebbero infatti trovato le tracce di contatti che il 20enne avrebbe avuto con persone mature all'interno di varie chat gay. Il rapimento del 50enne, avvenuto lo scorso febbraio, potrebbe non essere l'unico episodio ma su questo sono ancora in corso le verifiche.

Il disegno, secondo l'inchiesta condotta dal pubblico ministero Barbara Sabbatini, che ai due maggiorenni - entrambi agli arresti domiciliari - contesta il sequestro di persona e la tentata rapina aggravata e lesioni personali (al terzo componente del "commando" la Procura minorile ha invece tolto il reato di sequestro di persona) era quello di apparire dei "benefattori" colpendo persone che si sarebbero macchiate di reati odiosi come appunto quello di pedofilia. In questo contesto la malformazione del 20enne potrebbe aver giocato un ruolo non secondario: con addosso una sensazione di emarginazione se non proprio di rifiuto da cui faceva fatica a liberarsi il giovane, che avrebbe trovato ispirazione da una serie televisiva, avrebbe cercato un riscatto sociale assumendo il ruolo di “vendicatore”,  prendendo di mira uomini gay alla ricerca di emozioni forti con minorenni. Verrebbe meno quindi la natura economica del movente, ovvero la prima ipotesi formulata dagli inquirenti che al momento del blitz con cui era stato liberato il 50enne avevano intercettato il ragazzo 18enne in possesso della tessera bancomat dell'uomo, con il relativo pin, e che stava raggiungendo in bicicletta il più vicino sportello per effettuare un prelevamento. Sul 20enne (assistito dall'avvocato Elisa Berton) la difesa è intenzionata ad effettuare una perizia psichiatrica per poter mettere in luce la sofferenza mentale che potrebbe essere stata alla base delle sue azioni.

La scoperta di quello che stava succedendo nel casolare in cui era scattata la trappola nei confronti dell'impiegato non era avvenuta per caso. Era infatti da tempo che i carabinieri di Castelfranco avevano ricevuto delle segnalazioni su "giri" poco trasparenti intorno a quella casa in costruzione di via Marconi a Vedelago. Frequentazioni strane di giovani e giovanissimi, tanto che i militari dell'Arma pensavano di trovarsi di fronte ad una rete di spaccio di droghe leggere e per questo tenevano d'occhio l'edificio, in bella vista lungo la strada principale e che si trova poco distante dalla locale casa di riposo. E' stato nel corso di queste attività di controllo che i militari hanno scoperto l'orrore: il 50enne era terra, picchiato e minacciato con due coltelli, imbavagliato con del nastro adesivo e tramortito dall'uso di un taser. Oltre ad aver consegnato il bancomat all'uomo erano state sottratte anche le chiavi dell'auto. "Ci siamo parlati un paio di volte – aveva raccontato la vittima - poi abbiamo deciso di incontrarci in un quel posto a Vedelago. Io non sapevo di avere a che fare con un minorenne, sapevo soltanto che era maschio". Gli inquirenti avevano lanciato nelle settimane un appello a denunciare qualora vi fossero stati altri episodi, senza ottenere però alcun riscontro. Forse utile a disegnare il quadro completo di questa vicenda potrebbero dimostrarsi le chat trovate nel cellulare del 20enne, che almeno in teoria permetterebbero di risalire alle identità di altre potenziali vittime.

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