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Cronaca Vedelago

Omicidio di Vedelago, l'avvocato Crea: «Chi difende Massimo Zen non conosce le carte processuali»

Le reazioni di alcuni esponenti istituzionali, tra cui il presidente della Provincia Stefano Marcon, hanno lasciato l'amaro in bocca al legale della famiglia di Manuel Major, il malvivente che il 22 aprile del 2017 fu freddato da un colpo di pistola sparato dalla guardia giurata. «Il fatto che vengano perpetrati dei delitti - dice - non da facoltà a un cittadino qualunque di farsi giustiziere e arrivare anche a compiere azioni letali nei confronti dei malviventi. Questo non è una cultura da Stato diritto ma da Stato di Polizia della peggior specie»

«Il fatto che vengano perpetrati dei delitti non da facoltà a un cittadino qualunque di farsi giustiziere e arrivare anche a compiere azioni letali nei confronti dei malviventi. Questo non è una cultura da Stato diritto ma da Stato di Polizia della peggior specie». Per due giorni la famiglia di Manuel Major, il bandito in fuga dopo aver effettuato alcuni colpi ai danni di alcune postazioni bancomat e ucciso il 22 aprile del 2017 da Massimo Zen, guardia giurata di 52 anni, residente a Cittadella, si è ripromessa di osservare il silenzio sull'omicidio del figlio (che era disarmato) ad opera del ranger. Ma le reazioni, in gran parte negative, alla sentenza che in Cassazione ha reso definitiva la condanna di Zen a 9 anni e sei mesi per omicidio volontario ha indotto oggi, 6 giugno, il legale dei familiari di Major - l'avvocato Fabio Crea - a prendere una posizione netta.

Non fossero bastati i commenti di persone comuni apparsi sui social network, alcuni molto esemplificativi e siglati con l'hashtag "Io sono Massimo Zen", a criticare gli Ermellini e con loro tutti i giudici che hanno preso in esame il caso ci si sono messi anche rappresentati istituzionali. Su tutti spicca il presidente della Provincia di Treviso Stefano Marcon, secondo cui «le dichiarazioni della guardia giurata portano all'indicazione che questa persona stava svolgendo il proprio lavoro. Si auspicava la tutela dell'aggredito e non dell'aggressore». E poi c'è Luciano Dussin, esponente della Lega, ex deputato ed ex sindaco (di Castelfranco, n.d.r.). «Si riconferma - ha detto - il distacco tra istituzioni e sentimenti dei cittadini. Lo Stato dovrebbe esserne interprete ma troppo spesso si comporta al contrario. E' vero che le leggi vanno sempre rispettate, però talvolta chi le applica dimostra ampi margini di interpretazione spesso ma digeriti dai cittadini, come in questo caso. Noi della Lega avevamo già espresso una posizione molto critica già dopo i primi pronunciamenti dei tribunali».

Manuel Major

«C' è una assoluta mancanza di conoscenza delle carte processuali - replica Crea - e soprattutto la scarsa familiarità con il concetto, ribadito dal Testo Unico di Pubblica Sicurezza, secondo cui un vigilantes non è un rappresentante delle forze dell'ordine. Qui si dimenticano dettagli che però sono essenziali ai fini della decisione a cui sono arrivati nove giudici, uno di primo grado, tre della Corte d'Appello e cinque della Cassazione: Zen non stava, come è invece prescritto alla guardie giurate, presidiando il proprio obiettivo perché il luogo della sparatoria si trova a ben 15 chilometri dal più vicino target della Battiostolli».

«Il motivo -prosegue l'avvocato - è semplice: il 52enne ha intercettato le comunicazioni dei Carabinieri, che avevano quattro macchine su Major e i suoi complici, e sapeva bene che poteva "intercettarli" a Barcon di Vedelago. E ancora: nelle dichiarazioni che ha rilasciato ai giornali, giustificabili per l'amarezza della sentenza, non dice che ha fatto fuoco tre volte, di cui una quando la macchina dei banditi era già passata e non rappresentava più un teorico pericolo per la sua incolumità. Perché per fermarli non ha mirato alle ruote della vettura ma ha fatto fuoco in diagonale dentro all'abitacolo? C'è una sorta di revisionismo giudiziario di cui, alla luce delle leggi, non si sente proprio la necessità».

Intanto sempre oggi si è svolta l'udienza che vede sul banco degli imputati Manuel Cancarello, 45enne, e Christian Liziero, 46 anni (entrambi di Paese), i due colleghi di Massimo Zen, accusati a vario titolo di favoreggiamento e interferenza nelle comunicazioni dei carabinieri. Cancarello, secondo le indagini del Nucleo Investigativo dei carabinieri, sarebbe quello che avrebbe messo la pistola "soft air" a ridosso della strada in cui avvenne l'omicidio e così avrebbe dovuto indurre gli investigatori ad avvalorare la tesi della legittima difesa di Zen, che aveva detto di aver risposto al fuoco proveniente dalla Bmw con dentro Manuel Major, Jody Garbin e Euclide Major. Liziero (come Cancarello) avrebbe invece intercettato le comunicazioni dei carabinieri con una apparecchiatura sintonizzata sulle frequenze protette dell'Arma. Tra le deposizioni c'è stata quella del carabiniere che fece le verifiche sul percorso compiuto dal 45enne dopo la sparatoria: tracce, ricavate attraverso il gps di un tablet, che sembrerebbero inchiodare Cancarello.

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