Cronaca

Veneto Banca, crac fu dovuto alla sua «sostanziale incapacità di fare credito»

Parla il consulente Luca Terrinoni, consulente tecnico delle procure di Roma e Treviso. Secondo il cpt, ex commissario della Banca d'Italia, la scelta di finanziare con capitale proprio l'acquisto di azioni fu «strategica, perché in questo modo modo la banca  prendeva il controllo di sé stessa»

Vincenzo Consoli, ex "numero uno" di Veneto Banca

Non furono le operazioni a capitale finanziato, le cosiddette "baciate", a far crollare Veneto Banca ma la sua «sostanziale incapacità di fare credito». Questo ha detto Luca Terrinoni, il consulente tecnico chiamato dalla Procura di Roma prima e poi da quella di Treviso a stendere una relazione che facesse chiarezza sul crac dell'istituto di Montebelluna. Terrinoni ha deposto oggi, lunedì 28 giugno, nel corso del procedimento a carico di Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato di Veneto Banca, passato poi al ruolo di direttore generale, accusato di aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza.

Una testimonianza la sua duramente contesta dalla difesa, rappresentata dall'avvocato Ermenegildo Costabile, che ha provato a ricusare l'ex commissario della Banca d'italia, chiamato come teste dalla accusa, sostenendo che aveva svolto il ruolo di Cpt violando il codice comportamentale di Bankitalia, trovandosi in un sostanziale conflitto di interessi, e in subordine presentando una eccezione di incostituzionalità. Entrambe le istanze sono state bocciate dal collegio presieduto dal giudice Umberto Donà.

«Vi era - ha detto Terrinoni - una situazione per la quale da un lato stava un cliente che voleva liberarsi delle azioni, dall'altro uno con molteplici problemi che la banca avrebbe "lasciato stare" nel caso in cui avesse accettato di sottoscrivere l'acquisto dei titoli. Le posizioni di soffrenza, rispetto al credito, del resto erano molte, e facevano in gran parte riferimento a soggetti che trattavano direttamente con i vertici della banca, per l'esattezza con l'amministratore delegato».

Comprare vendita di azioni tramite capitale finanziato dalla banca era per Terrinoni una «scelta strategica, perchè in questo modo modo la banca  prendeva il controllo di sé stessa». Ma alla fine il peso delle posizioni creditizie deteriorate e dei finanziamenti per l'acquisto di titoli, finirono per incidere sul Patrimonio di Vigilanza che, afferma l'ex commissario della banca d'Italia, «scese da due miliardi e un livello che calcolai a 683 milioni di euro, nettamente insufficiente a svolgere l'attività creditizia».

Terrinoni ricorda anche che il comportamento dell'istituto di credito fu condotto «in spregio della tutela dei soci, degli azionisti e della decenza» e che nel corso del suo lavoro come consulente del pubblico ministero si trovò davanti a persone che «erano stressate dall'esercizio del potere nella banca. Era gente che raccontava che importanti pratiche di finanziamento le venivano consegnate tre ore prima rispetto al quando la pratica doveva andare in approvazione, persone che vedevano la verità ma erano minacciate di essere trasferite e venivano obbligate a fare le cose che i vertici si aspettavano da loro». 

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