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Cronaca

Avrebbe aiutato Milacic a disfarsi delle "cimici", carabiniere tenta di smontare le accuse

A.R., appuntato in forza al Nor dei carabinieri di Vittorio Veneto, è accusato di favoreggiamento: avrebbe aiutato Stefano Milacic, uno dei presunti responsabili della bomba messa al liceo Flaminio di Vittorio Veneto nella notte fra il 2 e il 3 giugno del 2018, a liberarsi delle apparecchiature per le intercettazioni ambientali messe nella sua auto dagli inquirenti

«Io non sapevo nulla delle indagini che riguardavano Milacic e non avrei potuto dirgli nulla sul fatto che nella sua macchina fossero state installate delle "cimici" per l'ascolto». Questo ha riferito oggi, 23 gennaio, A.R., appuntato scelto di 47anni in forza al Nor dei Carabinieri di Vittorio Veneto (che risulta sospeso), accusato di favoreggiamento nei confronti di Stefano Milacic, il 52enne meccanico di Carpesica (Vittorio Veneto), condannato in abbreviato a due anni e quattro mesi di reclusione in quanto uno degli autori della bomba carta lanciata contro la facciata del Liceo Flaminio a Vittorio Veneto la notte tra il 2 e il 3 giugno 2018. A "inchiodare" il 47enne sarebbero non solo gli "ambientali" registrati quando rimosse il dispositivo, ma anche le intercettazioni telefoniche, da cui si ricava che, quella sera del 11 dicembre del 2018, fosse effettivamente stato a casa di Milacic.
 
«Quel giorno - ha però spiegato lo stesso imputato nelle sua deposizione che è avvenuto, davanti al giudice Iuri De Biasi, nell'ultima udienza dibattimentale prima della sentenza, attesa per il 12 giugno - avevo parlato con Milacic, che conoscevo da diverso tempo, di un problemo alla mia auto (una Fiat 500 L, n.d.r.). Nel corso del tardo pomeriggio mi sono recato da lui e ha lavorato alla mia vettura fino a sera tarda».

A.R. sarebbe stato intercettato ambientalmente, come riferito da un ispettore della Digos di Treviso che ha testimoniato a processo, mentre parlava di dove erano state messi gli apparati che consentivano l'ascolto, ovvero sul tettuccio della macchina e in corrispondenza della lucetta interna. «Ricordo - ha detto A.R. - di aver detto a Milacic che sarei dovuto arrivare lì con il tettuccio aperto e non solo i finestrini spalancati. La mia 500 aveva infatti un problema agli iniettori che facevano sì che l'abitacolo si riempisse dei fumi di scarico. Quanto alla luce mi riferivo a quella che Stefano aveva messo sulla mia auto mentre ci stava operando. Sulle sue frasi relative al fatto che lo stessero controllando io non ci feci molto caso: era tardi, volevo tornare a casa e lui è un tipo vulcanico  che passa spesso da un argomento all'altro. E' vero però che mi fece vedere uno strumento per la rilevazione delle microspie e dei rilevatori satellitari: voleva provarlo anche sulla mia auto ma io gli dissi di no. Ugualmente sapevo che nel novembre precedente aveva subito una perquisizione, tutta Vittorio Veneto ne era a conoscenza, ma pensai che avesse a che fare con le armi, di cui era un grande intenditore. Ma di vere non credo che ne detenesse più dopo il suicidio del figlio».

Anche Milacic ha deposto in aula. Il 52enne ha detto di aver scovato le cimici da solo. «Un tizio che al tempo lavorava all'ufficio stranieri della Questura - ha raccontato - mi mise una pulce nell'orecchio quando disse che sicuramente anche lui veniva intercettato dal momento che si sapeva che veniva con me. Trovai i microfoni da solo, poi acquistai sui internet una apparecchiatura che permetteva di rilevarli. Mi accorsi che mi avevano messo le microspie in macchina per il fatto che un giorno trovai una vite sul sedile del passeggero. A.R. non ha nulla a che fare con questa storia, era venuto per risolvere un problema agli iniettori».  

«Se non la smettono di starmi addosso sparo, o sparo ai loro figli», avrebbe detto Milacic sugli investigatori, dopo che sulla base di conversazioni carpite era finito al centro di una indagine che ipotizza a suo carico il reato di detenzione illegale di armi e porto di arma e munizioni, molte delle quali furono rinvenute l’8 marzo 2019 dalla polizia in un corso artificiale dell’Enel. Sarebbero stati suoi infatti i pezzi di arma da fuoco, tra cui dei caricatori di fucile mitragliatore Ak-47, immersi nell’acqua di un canale a Scomigo di Conegliano e trovati dagli agenti della Digos.

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