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Cronaca Vittorio Veneto

Il "bombarolo" indagato anche per un traffico d'armi dalla ex Jugoslavia

Davanti al giudice, Stefano Milacic si è limitato ad alcune dichiarazioni spontanee relative alle circostanze che hanno portato alla richiesta della misura cautelare, cioè la minacce agli agenti della Digos che a novembre avevano effettuato due perquisizioni a casa sua

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Stefano Milacic, il 47enne arrestato venerdì scorso dalla Digos nell'ambito della indagini sull'attentato della notte del 3 giugno scorso al liceo Flaminio di Vittorio Veneto, quando una bomba carta esplose in via Battisti tra il liceo e la ex scuola media Umberto Cosmo. Milacic è accusato del gesto dinamitardo in concorso con un 42enne e un 24enne, anche questi vittoriesi e per ora indagati a piede libero. Davanti al gip Bruno Casciarri il 47enne si è limitato ad alcune dichiarazioni spontanee relative alle circostanze che hanno portato alla richiesta della misura cautelare, cioè la minacce agli agenti della Digos che a novembre avevano effettuato due perquisizioni nella sua casa a Carpesica.

«Gli ammazzo o ammazzo i loro figli»: sarebbe state le parole di Milacic, carpite da una intercettazione ambientale. «Mio figlio si è suicidato, io non potrei mai fare del male ai figli di qualcun altro»: si è giustificato l'uomo davanti al gip, asserendo di essere rimasto profondamente turbato dopo essere stato "attenzionato" dalla Polizia. Intanto si apprende che i filoni di inchiesta che lo riguardano sarebbero due. Oltre ai fatti del 3 giugno scorso gli inquirenti sospettano Milacic di essere una figura centrale in un traffico di armi dalla ex Jugoslavia. Intercettato telefonicamente durante le indagini sulla bomba al "Flaminio", il 47enne avrebbe infatti parlato con alcune persone, che sarebbero già state identificate, in merito all'acquisto di fucili mitragliatori. A lui sarebbe stato chiesto  dove e a chi potersi rivolgere per acquistarne e l'uomo avrebbe spiegato che è possibile reperire mitragliatori Kalashnikov automatici di fabbricazione russa in Slovenia.

Quei mitragliatori sarebbero le armi sulle cui tracce la Digos si era messa fin dai primi di novembre, quando Milacic contatta un amico a cui chiede di poter portare un "grosso bidone" che non sa dove mettere. Al telefono mentre è intercettato, è la sera del 1 novembre, il 47enne dice che ci sono "farine per fare la polenta". Il mattino dopo Milacic va a riprendersi il bidone. Poche ore dopo sul posto arrivano una ventina di agenti della Digos che, coadiuvati da una unità cinofila, si mettono alla caccia della partita sospetta senza però trovare nulla. Il legale di Milacic, l'avvocato Andrea Gulli, ha chiesto la modifica della misura cautelare in arresti domiciliari con l'obbligo del braccialetto elettronico. La Procura darà il proprio parere nei prossimi giorni.

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