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Confcooperative Belluno e Treviso: "Le fusioni delle BCC tracciano la strada"

"Bisogna crescere non solo nelle dimensioni, ma anche nella capacità di riconoscere nell’aggregazione (la fusione è solo una delle modalità) la via per migliorare i propri servizi"

L’annunciata fusione di Credito Trevigiano con BCC di Brendola, dopo quelle già realizzate tra da Banca Prealpi (prima Atestina, poi San Biagio) e Centro Marca (prima Istrana, poi Santo Stefano di Martellago), si innestano in un dibattito in corso all’interno di Confcooperative Belluno e Treviso. “Da una parte - spiega il presidente Valerio Cescon - lo scambio mutualistico, la partecipazione del socio alla vita della cooperativa, la territorialità, dall’altra le sfide del mercato e della tecnologia, i cambiamenti nella società, nei consumi e nell’ambiente ci interrogano sul percorso che le cooperative devono seguire. Il tema delle dimensioni aziendali diventa sempre più pressante. Le Bcc insegnano che si può mantenere una sostenibilità e una reale capacità di essere efficaci erogatori di credito solo se aumentano le dimensioni delle masse amministrate e ricorrono a massicci investimenti sul digitale e a una forte differenziazione dei servizi offerti soprattutto sul piano consulenziale. Analogo tema esiste nel nostro settore agroalimentare. L’accrescimento delle dimensioni sta diventando una necessità tanto che le cooperative si muovano prevalentemente nei mercati interni quanto abbiano una forte propensione all’export.  In entrambi i casi ci si scontra con il tema della marginalità, dei rapporti di forza nella filiera, nella costante necessità di innovazione sul piano produttivo, distributivo e di comunicazione. La disponibilità di materia prima, una sufficiente patrimonializzazione e una capacità di investire in modo consistente e rapido, un’organizzazione aziendale efficiente e competente possono oggi determinare il successo o la crisi di una cooperativa”.

Un analogo ragionamento si può fare anche per il diversificato e complesso sistema delle cooperative sociali. “Anche qui - prosegue Cescon - permane  il dilemma del rapporto tra cooperativa e socio e quello delle sufficienti dimensioni e idonee competenze manageriali, che spesso blocca la definizione di una strategia chiara per la cooperativa stessa. Anche in questo caso, però, è il contesto esterno che governa le scelte. Le coop sociali si affidano ancora molto agli appalti pubblici, nei quali l’efficienza e la qualità sono prerequisiti fondamentali nella partecipazione alle gare. Spesso con l’appalto si richiede una buona capacità di innovazione e, di conseguenza, di investimento, che non può essere affrontata da realtà medio piccole. Il settore sociosanitario è tra quelli in cui ci sarà la maggiore ricerca di servizi di cura sempre più evoluti, personalizzati ma anche sostenibili dal punto di vista economico (tanto che ci sia il contributo pubblico quanto nel caso in cui il costo sia a carico dell’utente)”.

La crescita può avvenire percorrendo molteplici vie. I processi di aggregazione non si sostanziano necessariamente subito in fusioni, anche se spesso queste sono la conclusione virtuosa di un percorso condiviso. Si può fare aggregazione in maniera efficace attraverso diversi strumenti giuridici (consorzi, contratti di rete, gruppi cooperative paritetici), a patto che questi non generino raddoppi o triplicazioni dei passaggi decisionali, aumento delle sedie da spartire, prevalenza di interessi di parte su interessi generali di affermazione  del sistema aziendale.

Importante è il salto di qualità dei cooperatori - sottolinea Cescon - e in particolare di quelli designati ad amministrare le cooperative nell’interesse di tutti i soci. Spetta a loro una capacità del tutto nuova di leggere i contesti di riferimento e al contempo rafforzare la propria competenza imprenditoriale e manageriale agganciandola a nuovi paradigmi, in molti casi mutuabili dal sistema delle aziende profit di successo. Tra l’altro cooperazione e profit sembrano due mondi in avvicinamento, anche dal punto di vista valoriale. Sempre più si parla di responsabilità sociale di impresa nel profit e alcune nuove figure come le Benefit Corporation o le Imprese Sociali appaiono esempi conclamati di ibridazione dei sistemi imprenditoriali. Nelle cooperative, pur con una certa lentezza complessiva, si sta accettando il tema dello “stare sul mercato” e della gestione secondo regole manageriali dell’impresa. La nostra associazione, pur non volendo e non potendo sostituirsi alle proprie aderenti nelle scelte gestionali e strategiche, sta facendo ogni sforzo per orientare il movimento cooperativo territoriale verso gli obiettivi di dimensionamento, di efficienza e di managerialità. Al tempo stesso - questa è un’altra forte scommessa - mantenendo ben presenti i valori cooperativi, primo fra tutti la centralità del socio nella soddisfazione dei suoi bisogni economici e sociali”.

Le cooperative del terzo millennio dunque dovranno continuare a garantire il maggiore benessere possibile ai propri soci, essere attori responsabili nei territori,  evolvere in  imprese collettive di cui una Regione o un Paese possano andare fieri e su cui possa fare affidamento per ottenere  una buona e riconosciuta reputazione nei contesti internazionali.  

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