Coronavirus, negozi di abbigliamento in allarme: «Siamo a rischio chiusura»

Il presidente di Federmoda Treviso, Guido Pomini, interviene mettendo in luce la grave situazione in cui versa il settore: «Fermi nei magazzini milioni di euro di merce invenduta»

Settore della moda e dei negozi di abbigliamento in crisi anche nella Marca a causa dell'emergenza Coronavirus. Al momento, il bollettino di EBiCom, restituisce oltre 1048 richieste di Cigd per circa 2898 dipendenti. Numero al quale si aggiunge la platea dei 4500 dipendenti già in FIS (fondo integrativo salariale), gran parte dei quali appartiene al settore moda.

«Questi dati che si riferiscono in generale al terziario - spiega il presidente di Federmoda Confcommercio Treviso Guido Pomini - sono solo dei primi indicatori del danno occupazionale che il settore sta subendo. Alla fine dell’emergenza saranno purtroppo molti di più. A questo si aggiunge lo choc finanziario dovuto ai costi fissi ed alla giacenza enorme di merce primavera-estate ferma nei magazzini. Una media, sicuramente per difetto, di 250mila euro per ogni  punto vendita “tipo” in provincia. Ma alcune imprese hanno magazzini con 1 milione di merce ferma ed in parte pagata, mentre altra arriverà alla riapertura delle fabbriche nel rispetto di contratti stipulati alla fine della scorsa estate. Se moltiplicato per tutte le aziende del comparto, l’impatto economico risulta quindi enorme, sottostimato dalle analisi ufficiali. E per comparto si intende: abbigliamento e accessori, calzature, intimo, biancheria. “Al momento dello scoppio dell’emergenza e alla chiusura delle attività per decreto il 9 marzo, la merce primavera estate era già ordinata ed in parte consegnata e - spiega Pomini- a differenza di altri settori che hanno potuto chiudere azzerando o quasi quel centro di costo che è il magazzino , nel caso della moda questo non è avvenuto. L’iniziale sofferenza che si genererà (in realtà si è già generata) sulla liquidità delle imprese non potrà trovare nelle vendite un primo palliativo; non sappiamo ancora quando riapriremo e come riapriremo. Tutto ciò avrà un impatto devastante sul bilancio 2020 delle aziende del comparto tra l’altro già gravato da anni difficili.

Serve - conclude Pomini - un patto collettivo che coinvolga la filiera produttiva, lo Stato, i sindaci, le imprese e i lavoratori. Questa la motivazione di fondo: le nostre vetrine animano ed illuminano le città. Sono un fattore attrattivo riconosciuto, un patrimonio per la collettività. Su 10 vetrine, 6 sono della moda e rappresentano il cuore pulsante dello shopping, l’origine di tutti i flussi di visitatori e consumatori. Se ora siamo a rischio estinzione, con noi è a rischio l’intera economia terziaria con la quale il nostro settore è fortemente interconnessa. E’ a rischio la ripresa della vita nelle città.  L’effetto domino-depressivo sarà certo. Occorre quindi lavorare con una diversa strategia, dove il fatturato perduto venga “assorbito” dal Pubblico tramite una politica fiscale innovativa e creativa, capace di reinvestire i tributi e le tasse di scopo ora incassati dai Comuni - ad esempio la tassa di soggiorno -  in favore di un ridisegno coraggioso dei luoghi che le nostre aziende con le loro vetrine illuminano ogni giorno, le nostre Città. Gli imprenditori del settore distributivo della moda sono un patrimonio insostituibile per la nostra comunità e dobbiamo essere messi nelle condizioni di poter ripartire, sapendo che sui risultati di quella ripartenza molto dipenderà anche dalla nostra capacità di interpretare il cambiamento. A queste condizioni, accettiamo la sfida».

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