Prosecco, la guerra sul "Rosé" blocca gli imbottigliamenti

Venti milioni di bottiglie ferme in cantina. I produttori attendevano i codici tra fino luglio e i primi d'agosto ma adesso per effetto delle sei pagine di osservazioni al Ministero politiche agrarie tutto l'iter è stato fermato

Un meraviglioso rosè

Venti milioni di bottiglie ferme in cantina ma sul Prosecco Rosè infuria la polemica. I produttori hanno già annunciato il sold out e attendevano i codici per l'imbottigliamento tra fino luglio e i primi d'agosto ma adesso per effetto delle sei pagine con osservazioni depositate martedì al Ministero politiche agrarie tutto l'iter è stato fermato e le botti restano pieno in cantina.

A scatenare la guerra del Rosè sono stati Franc Fabec e Edi Bukavec, presidente e direttore a Trieste dell'Associazione agricoltori. «E' giunto il momento - hanno detto - di farci rispettare ed è per questo che abbiamo bloccato l'iter di approvazione del disciplinare». Tutto risale al 2009, anno in cui, per evitare che il Prosecco venisse prodotto ad ogni latitudine, si diede all'uva il nome di "Glera". E da allora si possono commercializzare bottiglie di "Prosecco" solo in nove provincie tra Friuli e Veneto. Ma in provincia di Trieste c'è un piccolo paese che di nome fra "Prosecco", che ne ha legittimato il nome. Venne costituita la Prosecco Doc di Trieste ma per ragioni ambientali, oltre che economiche, nessuno propone più il vino. Così nel 2016 il protocollo che prevedeva aiuti ai produttori triestini è scaduto e non è stato rinnovato, lasciando i viticoltori del posto all'asciutto.

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La replica del  Consorzio della Doc non si è fatto attendere. «La nostra risposta – spiega il presidente Stefano Zanette – è stata quella secondo cui da un lato offriamo un endorsment di tipo politico alle loro rivendicazioni, dall'altro abbiamo proposto un pacchetto di azioni che aiuti a valorizzare le tipicità che caratterizzano quel territorio. Sono certo che entro breve la questione potrà essere ricomposta».

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