Tassa sulle cartine delle sigarette, aziende trevigiane preoccupate

Meno ricavi per lo Stato e 10mila occupati a rischio non bastano a fermare il provvedimento inserito nella finanziaria. La trevigiana ITA rischia di dover rinunciare a 100 nuove assunzioni

Prosegue l’iter della manovra finanziaria, compresa la Tassa sulle cartine, che introduce una tassa sui prodotti accessori al consumo di Tabacco Trinciato a Taglio Fino (o FCT). Una microtassa di 0,0036 euro a cartina che però, se spalmata su 17 miliardi e mezzo di pezzi, si traduce in un costo di oltre 60 milioni di euro sui consumatori e sulle aziende del settore.

È stato bocciato infatti l’emendamento per eliminarla, proposto dal Senatore Alan Ferrari che dopo aver ascoltato gli operatori del settore si era fatto interprete delle loro ragioni. Dopo la presentazione della bozza di finanziaria a inizio novembre, ITA (International Tobacco Agency) di Treviso, una delle maggiori aziende italiane del settore, aveva segnalato come questa tassa avrebbe ridotto il suo mercato del 40%, al punto di dover rinunciare al piano di 100 nuove assunzioni in tre anni. Una situazione ancora più grave è quella cui si trovano i circa 600 grossisti e i loro 10mila dipendenti che operano in Italia, perché le cartine sono una parte importante dei loro bilanci. Nei giorni scorsi l’amministratore delegato di ITA, Marco Fabbrini, ha presentato alla Commissione Programmazione Economica e Bilancio del Senato una stima molto attendibile dei costi e dei ricavi per lo Stato, calcolata sulle vendite del 2019. «In un mercato totale di circa 17,125 miliardi di pezzi venduti, stimando un 20% di mercato illecito, lo Stato ha incassato Iva per 35,5 milioni di euro. Con la tassazione ipotizzata di 0,0036 euro a pezzo il prezzo raddoppierà, stimiamo una riduzione netta delle vendite legali e tassabili e un aumento del mercato illecito pari al 75% del totale. Di conseguenza stimiamo che l’imposta porterebbe incassi per 15,5 milioni di euro ma contemporaneamente una riduzione sostanziale dell’Iva, per un totale complessivo di circa 32,5 milioni di euro, con una perdita per le casse statali di 3 milioni di euro. È una manovra autolesionista, fa bene solo agli operatori stranieri che continueranno a vendere tranquillamente sul web senza pagare tasse e alimenterà l’illegalità».

Marco Fabbrini_r-2

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Le stime sono fatte sulla base degli studi della London Economic sul ruolo di “cuscinetto” dell’FCT tra il mercato delle sigarette tradizionali e il mercato nero, sugli esempi passati in Italia (fino al 1993 era in vigore una tassa sugli accendini, tolta questa le vendite legali sono decuplicate con un grande recupero di evasione di imposte e iva) e quelli di altri Paesi. Emblematico il caso della Svezia, che dal 2005 al 2008 ha aumentato le accise sul FCT riducendo al minimo la differenza sulle sigarette ed ha visto esplodere il mercato nero, con una diminuzione delle vendite del 74% e una diminuzione dei ricavi pubblici del 37%, che ha indotto il Governo negli anni successivi a riequilibrare le differenze. «La verità – chiude Fabbrini - è che siamo un settore fatto di piccole e medie aziende italiane. Se qualche multinazionale vendesse cartine e si fosse lamentata avrebbero già cambiato la proposta.  Se serve trovare 30 milioni da inserire in finanziaria siamo disponibili a dare un contributo, ma non a essere le vittime predestinate. Anche perché ricordiamo che lo scorso anno è stata ridotta la tassazione sui prodotti Heat-not-burn, il totale dei mancati introiti in questo caso è stato di 116 milioni».

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