Treviso imprese unite scrive al sindaco: «Non abbiamo garanzie per il futuro»

Il gruppo, che tra pochi giorni sarà legalmente costituito come associazione, è nato spontaneamente a inizio emergenza per aiutare le partite Iva di diversi settori locali

Il sindaco di Treviso, Mario Conte (Immagine d'archivio)

Si chiama Treviso Imprese Unite ed è un gruppo composto da circa 180 aziende e liberi professionisti, per un totale di 430 titolari di partita iva iscritti. Il gruppo, che diventerà presto un'associazione a tutti gli effetti, è nato da poche settimane per far fronte all'emergenza Coronavirus e aiutare partite Iva di diversi settori (ristorazione e commercio in primis, ma anche artigiani, imprese edili, proprietari di b&b, agenzie di marketing, avvocati, imprese di pulizie, web designer) a tenersi informati su decreti, modulistica, pratiche da elaborare, oltre a fare da tramite direttamente con l'amministrazione comunale, e con il Governo tramite il gruppo nazionale Responsabili Italiani.

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Nelle scorse ore Treviso Imprese Unite ha inviato una lettera al sindaco Mario Conte che riportiamo qui di seguito. Un appello che suona come un vero e proprio grido d'allarme per un intero settore economico a rischio. «Siamo stati tanto entusiasti dal nostro primo incontro dopo il primo documento presentatole, quanto amareggiati dal silenzio assordante di questi giorni. Eppure chi meglio di noi può dare qualche consiglio nei giorni in cui si decide del nostro futuro? Siamo sicuri che il confronto starà andando avanti con associazioni di categoria come Ascom o Confesercenti, ma in questo momento riterremmo più costruttivo sentire anche chi ogni giorno si sveglia per andare ad aprire bottega e sicuramente ha più chiare le vere problematiche che la riapertura con distanziamento sociale porterà, rispetto a chi da troppi anni magari siede dietro ad una scrivania. Il fulcro del discorso infatti è questo, stiamo ancora aspettando le tutele che Governo e amministrazioni locali hanno millantato da marzo in poi. Probabilmente ora ci verrà concesso di aprire a metà maggio, in una situazione economica difficile per molti clienti che quindi difficilmente verranno ad affollare i nostri negozi, bar, ristoranti, agenzie di viaggio. La nostra situazione economica, in molti casi già critica, ne risentirà poiché saremo obbligati a fare fronte a tutte le spese solo sospese in questo periodo di emergenza, e in più dovendo investire per i dispositivi di protezione sanitaria, applicando regole che limiteranno gli accessi, li renderanno spesso complicati, così come complicheranno le nostre abituali procedure di lavoro, portando gli incassi al 50% se va bene, ma più probabilmente al 30% rispetto a quello a cui siamo abituati. Tutto questo senza nessuna garanzia di agevolazioni, nessun ricalcolo di tasse e tributi, nessun aiuto vero alle imprese. Sì, senza nessun aiuto vero, perché garantire un prestito per coprire debiti che non avremmo dovuto maturare, non è un aiuto, potrebbe fare parte di un pacchetto di tutele esteso e completo, ma così rischia solo di essere l’unica soluzione plausibile e che a breve ci porterà al collasso definitivo. Come facciamo a riaprire in queste condizioni? - chiede il rappresentante del gruppo - Non abbiamo garanzie per il futuro e le poche promesse fatte in questo mese non sono ancora state messe in atto. Il malcontento è tanto, ogni giorno cerchiamo all'interno del nostro gruppo di calmare chi minaccia di scendere in piazza, ma se non arriverà a breve una risposta certa placare gli animi sarà impossibile. Anzi, ci organizzeremo in tutti i modi per far sentire la nostra voce. Vogliamo essere una risorsa per la città quando tutto questo finirà, ma anche un aiuto concreto per le istituzioni ora che devono pianificare una riapertura intelligente e conveniente per tutte le parti. Se queste sono le condizioni a cui ci volete obbligare per tornare operativi a maggio saremo costretti a seguire l’idea del portavoce del Direttivo Nazionale dei Responsabili Italiani di cui facciamo parte, Pasquale Naccari, della pizzeria “Il Vecchio e il Mare” di Firenze, e chiedere di rimanere chiusi fino a settembre. E’ inutile far finta che vada tutto bene, guidati dallo stesso senso di responsabilità che ci ha spinto a chiudere prima del decreto, siamo pronti a stare chiusi fino a fine emergenza, fino a quando potremo tornare a lavorare al pieno delle nostre forze, con clienti spensierati e non terrorizzati. L’importante è che vengano riconosciute tutte le dovute tutele per le nostre aziende: nell'attesa della riapertura è indispensabile che vengano cancellate tutte le spese relative all'ordinaria gestione delle attività durante i mesi di chiusura, per far sì che a fine emergenza non ci ritroviamo in una città in cui è sopravvissuto solo il 20% del tessuto economico». 

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