Industria, per Assindustria il 2020 sarà un anno di incertezza

Il sentiment degli imprenditori di Padova e Treviso sull’economia italiana è largamente «incerto» (73,6%). E sulle prospettive prevalgono i pessimisti (48,4%). Peggiorano le attese a breve su attività e domanda. Giù gli investimenti. Pesano il clima di incertezza, politica ed economica, e le tensioni internazionali

Massimo Finco e Maria Cristina Piovesana

Più che una rotta certa, a vedere l’indice di fiducia degli imprenditori padovani e trevigiani, il 2020 sarà una navigazione a vista. Il sentiment sull’attuale stato di salute dell’economia italiana è dominato dall’incertezza, pari al 73,6% dei giudizi degli imprenditori (74,5% nella manifattura), dieci punti in più del terzo trimestre 2017. Le valutazioni negative toccano il 22,4%, si riducono al lumicino quelle positive (4,0%), ai livelli più bassi dall’inizio della serie storica delle rilevazioni congiunte nel 2017. Quanto alle prospettive dell’economia italiana nella prima parte del nuovo anno, i pessimisti tornano ad essere maggioranza: 48,4% (dal 14,2% nel terzo trimestre 2017), rispetto al 45,0% di giudizi incerti e al 6,6% di ottimisti (erano il 25,0% due anni fa). Insomma, per gli imprenditori di Padova e di Treviso il 2020 non sarà «un anno bellissimo», ma verosimilmente incerto e accidentato, tra le nubi all’orizzonte dell’economia mondiale, la guerra dei dazi - e ora l’onda d’urto da Teheran - la crisi dell’auto e la «quasi» recessione tedesca, che alimentano interrogativi sulla capacità di tenuta dell’industria.

Le valutazioni sulle condizioni operative della propria impresa rimangono sfavorevoli, soprattutto nell’industria in senso stretto; sono in peggioramento sia le attese di produzione sia i giudizi sulla domanda a breve, anche per una minore crescita delle esportazioni. La produzione nel primo trimestre del 2020 è attesa in crescita dal 25,1% delle imprese manifatturiere, in calo dal 17,4% (saldo di opinione +7,7), prevalgono le aspettative di stagnazione (57,5%). Peggiorano le previsioni sulla domanda interna, in aumento per il 19,0%, in calo per il 26,3 (saldo -7,3), stagnante per il 54,7%. Ancora positivi i giudizi sulla domanda estera, ma in rallentamento: ordini in aumento per il 31,6%, in contrazione per il 16,6%. Le imprese prefigurano una sostanziale stabilità dei livelli occupazionali (67,0%), il 34,3% (dal 39,8 della rilevazione precedente) prevede assunzioni nella prima parte del 2020.

Il rallentamento del ciclo economico e le tensioni commerciali internazionali, da un lato, l’incertezza, anche politica, e sull’operatività degli incentivi fiscali, dall’altro, raffreddano gli investimenti: tra le imprese prevale la quota di quelle che prevedono di mantenere stabili gli investimenti nei prossimi mesi (58,9%), ma le previsioni di contrazione (21,2%) superano quelle di aumento (19,9%, quattordici punti in meno del terzo trimestre 2017). Sono i risultati dell’Indagine sulle aspettative economiche e di crescita condotta da Assindustria Venetocentro, in collaborazione con Fondazione Nord Est, tra ottobre e novembre 2019 su un campione di 576 aziende delle due province.

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«I risultati dell’indagine confermano che il vero spread è la sfiducia, legata all’incertezza della congiuntura, all’instabilità politica, che si riflettono sugli imprenditori e sui consumatori congelando le decisioni di investimento. Servirebbero più fiducia e più stabilità, e una politica che non punti a vincere nelle urne ma a dare risposte e soluzioni per un Paese migliore - dichiara Maria Cristina Piovesana, Presidente di Assindustria Venetocentro -. Chiuso il sipario sulla manovra per il 2020, che è stata un’occasione persa, il Governo cambi passo nella politica economica, superando divisioni e scelte di bandiera inutili, costose, incapaci di produrre effetti sulla crescita. L’Italia è ferma, ultima nella zona euro e anche nel G7, frutto anche di anni di politiche sbagliate e anti-impresa. Serve una svolta vera, tesa a rilanciare in tempi rapidi la crescita. A cominciare da deficit e debito, che devono scendere, con misure serie e irreversibili di revisione della spesa, dalle opere pubbliche e dai cantieri da riavviare, in tutta Italia. Ma soprattutto da un abbattimento drastico del cuneo fiscale per aumentare le retribuzioni nette dei lavoratori e diminuire il costo per le imprese».

«Siamo tornati a crescita zero, ma la politica parla d’altro. Non c’è discontinuità tra Governi che si succedono e badano più alla sopravvivenza che all’effettiva azione. Quanto possiamo resistere ancora come cittadini, famiglie, imprese? Serve uno shock positivo, un intervento organico di politica industriale. E la presenza incisiva, come Paese e come Europa, negli scenari internazionali dove le nostre imprese sono sole - incalza Massimo Finco, Presidente Vicario di Assindustria Venetocentro -. Sullo sviluppo siamo all’ultima chiamata. Da noi il cuneo fiscale e contributivo, per esempio, vale a dire la differenza tra il netto in busta paga e il costo del lavoro, è arrivato ormai a livelli monstre. Fatto 100 il salario netto, c’è da aggiungere dal 107 al 150% di tasse e contributi. Su una retribuzione netta di mille euro, per esempio, il costo reale per l’imprenditore è di 1.828 euro. Su un salario ancora più elevato, di 3mila euro netti mensili, l’esborso per il datore di lavoro arriva al top: 7.311 euro. Un macigno che frena crescita, competitività, aumento della produttività e, soprattutto, delle buste paga. L’esperienza passata ci insegna che pochi miliardi di abbattimento del cuneo non hanno effetti significativi».

Dai vertici di Assindustria Venetocentro arriva quindi l’ennesimo appello a Governo e maggioranza, in vista della prossima verifica sui dossier economici aperti, ad «avere la responsabilità e il coraggio delle priorità vere - dichiarano Piovesana e Finco - quelle che servono per rianimare un Paese che negli ultimi vent’anni è cresciuto dello 0,2% in media l’anno, che ha occupati di 15-20 punti in meno dei Paesi Nord Europei e che rapina futuro ai suoi giovani. Cancellare misure costose, inique contro i giovani o assistenziali come Quota 100 e Reddito di cittadinanza e utilizzare tutte le risorse rese disponibili, comprese quelle del bonus 80 euro, per l’abbattimento drastico e strutturale del cuneo fiscale a favore dei lavoratori e delle imprese, alzerebbe il reddito e la crescita molto più di tutti i sussidi a tempo sin qui erogati».

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