Pizzerie da asporto: «Oltre 70 adempimenti per avviare un’attività»

Lo denuncia la CNA di Treviso, conoscendo a fondo le problematiche in cui si dibattono le circa 400 attività nella nostra provincia

Una meravigliosa pizza

Le pizzerie da asporto, vittime di sgambetti della burocrazia italiana: servono infatti circa 70 adempimenti per poter avviare un’attività e l’artigiano deve districarsi in una selva normativa. Lo denuncia la CNA, conoscendo a fondo le problematiche in cui si dibattono le circa 400 attività nella nostra provincia. «A fronte della crescita numerica, anche nella nostra provincia, delle attività artigiane di ristorazione non assistita, continua l’accanimento burocratico contro questa tipologia di imprese – afferma Giuliano Rosolen, direttore di CNA -. Oltre ai 70 adempimenti per poter avviare l’attività, ne servono altri 20 per consentire il consumo immediato del prodotto. L’artigiano deve rispettare ben 33 circolari del MISE e sa di poter essere controllato da 21 diverse autorità ispettive».

Ma perché tutta questa burocrazia? Per la necessità del legislatore che la ristorazione non-assistita non venga assimilata a quella assistita, una necessità che non tiene però conto dei bisogni dei consumatori, che sempre di più si affidano per pasti veloci ad artigiani che producono pane, pizza o altri cibi da asporto. Da qui, negli anni è stata prodotta una selva normativa che decreta la scomodità per legge: se un cliente vuole consumare un pasto in una pizzeria da asporto o in un forno artigiano deve per forza stare scomodo. «L’idea di voler creare uno spazio dove il cliente possa mangiare i cibi fatti dall’artigiano, senza l’assistenza del personale, è diventata quasi sovversiva – osserva Rosolen -. Per far consumare sul posto il cibo prodotto nel proprio laboratorio, l’artigiano è costretto a scalare una montagna di scartoffie, che oltretutto decretano per legge la scomodità del cliente». 

E che dire per arredare un locale per il consumo sul posto! Cosa dicono infatti le norme? Che la scomodità deve essere la regola, sempre per non essere assimilati alla ristorazione assistita, e dunque, ad esempio, i piani di appoggio e le sedute devono essere non abbinabili; i piatti, le posate, i bicchieri non devono essere durevoli, con buona pace della sensibilità ecologica e della lotta al consumo di plastica usa e getta; l’erogazione di bevande alla spina è tassativamente vietata così come l’uso di macchine da caffè industriale: l’alternativa è costituita da bevande in bottiglia o in lattine e caffè in cialde fai-da-te.

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Non solo la scomodità è la regola, ma talvolta la burocrazia sfocia in autentiche vessazioni. Per l’utilizzo degli spazi esterni, ad esempio, tutto è affidato ai singoli Comuni e questo genera un’inestricabile selva di divieti, incombenze, adempimenti diversi da città a città. «Chiediamo di aggiornare la Legge quadro per l’artigianato che risale a 35 anni fa, che è come un secolo per settori come l’agroalimentare – incalza il direttore della CNA -. È necessario che finalmente le imprese artigiane siano abilitate al consumo sul posto dei propri prodotti e alla vendita di beni accessori strumentali». E aggiunge: «Per la CNA deve entrare nella definizione di “artigiano nella ristorazione” chi impiega più tempo nella produzione e preparazione degli alimenti rispetto al tempo impiegato nelle vendite. E allo stesso tempo chi ricava maggiori introiti dalla vendita di prodotti propri che dalla vendita di beni accessori. In tale definizione occorre non danneggiare nessuno permettendo a tutti di concorrere nel libero mercato con regole uguali».

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