When you dance you make me happy: prorogata la mostra alle Gallerie delle Prigioni

Le Gallerie delle Prigioni hanno il piacere di annunciare la proroga fino a domenica 17 novembre della mostra collettiva "When you dance you make me happy", che presenta opere scelte dalla collezione d’arte di Luciano Benetton.

Il prossimo fine settimana, 16 e 17 novembre, ultimo weekend di apertura della mostra – sono inoltre in programma alcune visite guidate: sabato alle ore 11 e domenica alle ore 16. I gruppi potranno essere al massimo di 20 persone ciascuno, si consiglia per questo di prenotare anticipatamente (telefono: 0422 512200, tra le 15 e le 19). La mostra è incentrata sul corpo umano, contenitore di lotta esistenziale da cui scaturiscono ingegno e creatività. La danza è una metafora e ci guida in un viaggio che parte dall’introspezione per condurre a diversi atti performativi. Il corpo si muove, si ferma, riprende a muoversi, e acquista forza all’interno di un gruppo, in un crescendo che va dalla decadenza al trionfo. La mostra, a cura di Nicolas Vamvouklis, presenta sculture, quadri, stampe e video di artisti internazionali all’interno delle celle delle ex carceri asburgiche. Il percorso espositivo procede dall’antitesi tra dimensione interiore e mondo esterno, sfera pubblica e sfera privata, partendo dall’idea del corpo come guscio, che è dimora ed è prigione. Il campo di indagine si apre poi alla dimensione collettiva e osserva le azioni che il corpo compie in occasioni pubbliche di celebrazione, lutto o protesta.

Soundsuits, la serie emblematica di opere in cui Nick Cave fonde armature, abiti cerimoniali e fashion couture, diventa qui simbolo di autonomia e affermazione. Tra i lavori in mostra vi sono le polaroid ritagliate di Maripol (Eyes are the reflection of your soul, 2013) che catturano lo sguardo di alcune celebrità, e il ritratto enigmatico di Lynette Yiadom-Boakye (Pass, 2011) che colloca figure sfuggenti in un contesto senza tempo. La ricerca riguarda anche l’approfondimento delle narrazioni contenute nel progetto Imago Mundi, come nel caso dell’opera di Accra Shepp (dalla raccolta United States: Organix) intitolata Shit Is Fucked Up and Bullshit (2013), in cui viene messa in discussione la partecipazione a movimenti e manifestazioni nell’era digitale. Infine, la mostra si sofferma sull’idea delle tracce, intese come vestigia fisiche o immateriali che lasciamo dietro di noi. È in questa lettura che si collocano le ventisette paia di scarpe dell’installazione Fela: Amen, Amen, Amen, Amen... (2002) di Barkley L. Hendricks, riferimento alla poligamia simbolica dell’attivista e pioniere dell’afro-beat Fela Kuti. Il documentario The Whole Gritty City di Richard Barber e Andre Lambertson sulle bande musicali di New Orleans svela, da ultimo, la forza di una fascia della popolazione normalmente relegata ai margini della società. A partire dall’idea che collezionare sia atto creativo e, assieme, espressione di cura, la mostra avvia un lavoro di interpretazione delle esperienze contenute nella Luciano Benetton Collection. Le immagini della mostra scandiscono un ritmo infuso di energia che il visitatore è invitato a lasciar pulsare, per rispondere con il proprio movimento.

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