Le coop sociali di Treviso e Belluno sull'accoglienza ai migranti: "Il nostro modello è diverso"

Eugenio Anzanello (presidente di Federsolidarietà Confcooperative Belluno e Treviso): “Sul tema accoglienza rispettiamo il lavoro delle aziende profit. Ma il modello delle nostre cooperative sociali è un altro”.

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TrevisoToday

In merito al delicatissimo tema dei servizi di accoglienza ai richiedenti asilo nei nostri territori, ritengo necessario portare anche il punto di vista di Confcooperative Federsolidarietà Belluno Treviso, che rappresenta la maggioranza delle cooperative sociali di Belluno e Treviso. Le notizie diffuse negli ultimi tempi, possono infatti creare delle generalizzazioni che rendono il clima di lavoro ancora più difficile. Un primo elemento di chiarezza riguarda le differenti compagini che operano nel settore. Come dimostra la crescita economica di alcune società e imprese profit (si veda l’esempio di Nova Facility srl, erroneamente descritta dai media come una coop) il settore non è monopolizzato dalle cooperative, anzi, meno del 50% degli utenti nelle province di Belluno e Treviso è gestito da cooperative. Meno ancora (poco più del 30%) sono le coop che appartengono al movimento associativo di Alleanza delle Cooperative Italiane (coordinamento nazionale delle associazioni di rappresentanza delle cooperative, di cui facciamo parte, e che riunisce Confcooperative, Legacoop, AGCI).

In secondo luogo, è importante ribadire una forte diversità nel modello di servizio sostenuto dalla nostra associazione territoriale (Federsolidarietà, il ramo che riunisce le cooperative sociali all'interno di Confcooperative) rispetto a quello su cui si sono normalmente organizzate le imprese profit. Quest’ultimo modello si caratterizza infatti per le forti concentrazioni in strutture pubbliche (spesso caserme) con una logica organizzativa di tipo “industriale”, in cui il risultato economico si ottiene grazie alle economie di scala. E’ un modello vincente se continua a crescere attraverso l’acquisizione di grandi hub. Dobbiamo ammettere che ad un tale approccio non si sono sottratte alcune cooperative e purtroppo, in taluni casi, questo ha portato ad una palese distorsione della mission mutualistica e solidaristica. Il modello di servizio indicato dalla nostra Associazione (sottoscritto dalle cooperative aderenti, insieme al Ministero dell’Interno e all’ANCI) è diverso ed è quello contenuto nella cosiddetta “Carta della Buona Accoglienza” che si riassume nel principio “PICCOLI NUMERI, GRANDE INTEGRAZIONE” e predilige appunto come opzione strategica “la presa in carico di gruppi limitati di migranti, da perseguire con un’adeguata sensibilizzazione del territorio in cui i centri, a vario titolo, insistono”.

Questo protocollo impone un elevato livello qualitativo nei servizi ai migranti in ogni fase dell’accoglienza (presenza di personale socio-educativo qualificato, percorsi di mediazione culturale e alla conoscenza del territorio, l’elaborazione di una “certificazione” delle competenze, un servizio di integrazione socio-lavorativa), compresa la fase del “post prima accoglienza”. In terzo luogo, dopo i casi gravissimi di Mafia Capitale, a livello nazionale, e quelli - ancora oggetto di accertamenti giudiziari, legati a Ecofficina/Edeco in Veneto - la vigilanza della nostra Associazione territoriale sulle cooperative aderenti è diventata ancora più stringente. Le nostre cooperative, pur con la loro autonomia giuridica e con l’esigenza di equilibrio economico, sono al servizio delle comunità e in costante dialogo con le amministrazioni locali. Gli eventuali margini economici che si generano devono e sono obbligatoriamente re-investiti in nuovi servizi di welfare per il territorio, sempre in accordo con le amministrazioni comunali o con le Ulss competenti.

Sul tema legalità va sottolineato che i servizi di accoglienza vengono assegnati attraverso procedure pubbliche indette dalle Prefetture a cui possono partecipare tutti gli operatori (profit e non profit) in possesso dei requisiti. Infine, riprendendo le questioni poste da Stefano Allievi sul “Corriere del Veneto” del 29 agosto scorso, resta centrale la questione dei controlli. Chi lavora come noi di Federsolidarietà secondo i criteri della “Buona Accoglienza”, auspica che i controlli sulla qualità del servizio e il contrasto degli abusi e delle speculazioni vengano fatti in maniera organica e sistematica. Chi opera scorrettamente, danneggia il lavoro dei più, che ogni giorno concepiscono l’accoglienza come un servizio ad esseri umani in difficoltà.

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