Per la Femca Cisl gli impiegati del settore moda sono i nuovi oppressi sul lavoro

Il segretario generale della Femca Cisl Belluno Treviso: «Il 90% del personale impiegatizio dallo scorso marzo ha fatto cassa integrazione almeno un giorno la settimana»

Gianni Boato

Lavoro agile non regolamentato, richieste di presenza online nonostante la cassa integrazione, pressioni logoranti da parte della dirigenza, vertenzialità crescente. I nuovi oppressi del mondo del lavoro sono gli impiegati. «Se negli anni Settanta le grandi battaglie sindacali erano contro lo sfruttamento della classe operaia - spiega il segretario generale della Femca Cisl Belluno Treviso Gianni Boato - oggi ad essere oppressa e sfruttata è la parte impiegatizia, che nel settore della moda in provincia di Treviso rappresenta ormai l’80% della forza lavoro».

La fabbrica tessile e calzaturiera cambia e con essa si modificano le necessità di tutele da parte dei lavoratori. I processi di delocalizzazione dei decenni passati hanno svuotato le produzioni e riempito gli uffici: nelle sedi aziendali rimangono le divisioni amministrative e commerciali, il marketing e la comunicazione e - oggi più che mai - l’e-commerce e la logistica. Sempre più “colletti bianchi”, sempre meno operai. Con bisogni di tutele e nuovi perimetri dei diritti da ridisegnare. I dati parlano chiaro: in Geox, su 11 delegati della Femca, 10 sono impiegati e uno operaio; in Lotto-Stonefly 5 Rsu provengono dal mondo impiegatizio (sono circa 200 i dipendenti totali) e 2 da quello operaio in rappresentanza di 25 lavoratori. Nel 2020, l’80% delle nuove iscrizioni al sindacato nel settore del Tessile e calzaturiero nella Marca è rappresentata da impiegati, come del resto le nuove rappresentanze votate trovano sempre maggiore interesse da parte degli impiegati.

«La recente notizia - commenta Boato - sul gruppo di dipendenti Google che segretamente ha dato vita al primo sindacato della Silicon Valley è dirompente ed è un segno dei tempi. Se infatti oggi i lavoratori del manifatturiero sono impegnati a mantenere la rotta in riferimento ai diritti acquisiti sul campo riguardanti orario di lavoro, indennità e organizzazione dei turni, vigilanza sulla sicurezza e welfare, per quanto riguarda gli impiegati e i quadri c’è un gran bisogno di sindacato. Una necessità che emerge chiaramente nelle aziende tessili e calzaturiere del territorio, dove i disagi per questa categoria di lavoratori sono crescenti: se un tempo si pensava che il lavoro impiegatizio fosse il più garantito, oggi va detto che è invece quello che maggiormente soffre in caso di crisi».

Lo dimostrano in maniera evidente i dati sulla cassa integrazione: il 90% del personale impiegatizio dallo scorso marzo ha fatto costantemente cassa integrazione almeno un giorno la settimana, mentre gli operai in alcune aziende hanno ripreso normalmente il lavoro, o comunque hanno utilizzato meno giornate di cassa. Ma i “colletti bianchi” sono stati anche i primi ad avventurarsi in un nuovo ambito quasi inesplorato: lo smart working. «L’utilizzo massiccio del lavoro agile - sostiene Boato - ha fatto emergere molte nuove criticità che dal punto di vista sindacale non erano state ancora affrontate. Basti pensare al tema del diritto alla disconnessione, ma anche allo smart working abbinato alla cassa integrazione, con una linea sottile di demarcazione spesso superata da parte della dirigenza». E qui s’inserisce uno dei motivi principali del disagio crescente degli impiegati trevigiani di ogni livello: «la classe dirigente aziendale che - secondo Boato - si preoccupa più di compiacere gli imprenditori che di disegnare nuove strade e a dare visioni moderne per un approccio nuovo ai mercati, introducendo nuovi prodotti innovativi adatti a un mondo che cambia velocemente».

«In questo scenario - prosegue Boato - sono gli innovatori a farne le spese, ossia quei dirigenti che cercano di portare la modernità e il cambiamento. Il tripudio della mediocrità e dell’accondiscendenza si riflette anche sulla quotidianità di impiegati e quadri che rappresentano il vero motore delle aziende, ma che sono troppo spesso bistrattati e messi sotto pressione da dirigenze che hanno la necessità di apparire a una proprietà esigente grazie al lavoro di queste persone”. Lo scenario sempre più diffuso fra gli impiegati trevigiani è di frustrazione e malcontento, «una situazione che nel peggiore dei casi vede addossare le colpe dei fallimenti a lavoratori che hanno fatto la storia dell’azienda e che si sono sempre adoperati per il bene aziendale, dipendenti che sempre di più iniziano a vivere dei disagi psicologici dovuti al non ritrovare più il loro ruolo all’interno dell’impresa». 

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