Morosin: «Che tristezza vedere la magistratura italiana finire così»

Per l'esponente del Partito dei Veneti «i messaggini di Palamara e le sue relazioni con uomini politici hanno aperto squarci davvero inquietanti sui meccanismi che governano il funzionamento del sistema giudiziario italiano»

«Che tristezza vedere la magistratura italiana finire così, travolta da uno scandalo dietro l'altro come l'ultima delle starlette da prima pagina di rotocalco, mentre lì fuori c'è un paese assetato di giustizia rapida, autorevole, equilibrata, super partes».

Lo dice Alessio Morosin, esponente del Partito dei Veneti, in una nota.

«Quattro anni in primo grado per uno stalking, tre anni per una violenza - dice Morosin -  e ben di più se vi siete persi nella girandola delle offerte sui siti internet e vi hanno fregato. Questi i tempi dei Tribunali i cui capi delle Procure, lo sappiamo adesso, venivano sorteggiati sulla scorta di un vero e proprio "manuale Cencelli" di lottizzazione correntizia di matrice politica. E solo per parlare dei tempi del penale: nel civile c'è chi sta peggio, con cause che si protraggono oltre il limite dell'umana pazienza e sopportazione».

«I messaggini di Palamara - continua l'esponente del Pdv - le sue conversazioni telefoniche intercettate, le sue relazioni con uomini politici e anche con alcuni giornalisti hanno aperto squarci davvero inquietanti sui meccanismi che governano il funzionamento del sistema giudiziario italiano. Sullo strapotere delle correnti, sulle modalità non esattamente meritocratiche con cui vengono decise molte nomine di magistrati. Su come le loro carriere e l'approdo negli uffici giudiziari più importanti siano spesso la diretta conseguenza dell'appartenenza a una corrente della magistratura piuttosto che a un'altra. Su come, infine, certa magistratura cerchi di condizionare con incredibile spregiudicatezza la politica e le sue scelte. Le dichiarazioni del magistrato di Cassazione Amedeo Franco ne sono una prova mostruosa».

«Naturalmente molti giudici e procuratori erano e sono del tutto estranei a questi meccanismi perversi e a certe logiche. Anzi, ne sono spesso le prime vittime. Ma il sistema che il telefonino di Palamara ha fatto emergere e di cui l'ex leader dei magistrati associati italiani era uno degli abili e riveriti burattinai, era molto diffuso e permeava l'intero sistema giudiziario italiano, ad ogni livello: dal più basso al più alto. La giustizia è un bene troppo prezioso per lasciarlo nelle mani di Palamara, dei suoi accoliti e dei suoi favoriti politici».

«Ciò che dovremmo piuttosto chiederci - conclude Morosin -  è come sia possibile che un signore, dopo tutto ciò che di grave è emerso, possa pensare di continuare a fare il magistrato. Con quale credibilità insomma possa pretendere di amministrare la giustizia in nome del popolo, ovvero anche in nome nostro. Ecco perché anche in tema di Giustizia con la G maiuscola la mia delenda carthago come veneto non può non essere la stessa: autogoverno e autodeterminazione».

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