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Negozi aperti, Lorenzon: "Primo maggio festa del lavoro o al lavoro?"

Il segretario di Cisl Treviso, Franco Lorenzon, ha espresso la sua contrarietà all'apertura dei negozi durante festività come il 25 aprile e il Primo Maggio

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TrevisoToday

E se festeggiassimo la festa del Primo maggio lavorando? In un periodo in cui fioccano le provocazioni, questa sarebbe sicuramente una delle meno clamorose. In realtà, l’aspro dibattito ingaggiato su questo tema dimostra che ci troviamo di fronte a un cambio di fasenel modo di organizzare il lavoro e di organizzare la nostra vita.

In passato, nel periodo dominato dalla cultura agricola, il tempo era scandito dalle stagioni; nel periodo caratterizzato invece dalla produzione industriale, la cadenza settimanale dettava i ritmi del lavoro e della vita sociale. In entrambi i casi, le feste ne richiamavano
l’andamento.

Ma cosa succede ai tempi del lavoro moderno, diffuso e precario? Il susseguirsi di giornate tutte eguali ha sostituito i ritmi delle stagioni e delle settimane: ogni giorno può essere lavorativo e ogni giorno può essere festivo. E scandalizzarsi non serve. Importante, piuttosto, é provare a dare un senso a quello che facciamo, per evitare di essere trascinati, senza rendercene conto, dove non vorremmo andare.

Oggi il lavoro - e chi lavora - non è più centrale nel determinare l’organizzazione della vita familiare e sociale: al suo posto si è installato stabilmente il consumo e, con esso, il consumatore. E se oggi c’è più sacralità in un outlet che in una chiesa, lo si deve alle nuove liturgie del consumo che, a quanto pare, stanno riempiendo di senso il vivere collettivo della contemporaneità. Un senso che oggi è messo a dura prova dalla crisi che svuota non solo i portafogli, ma anche le nuove identità basate sul consumo. Il consumatore, oggi, sta facendo l’esperienza del limite: vorrebbe consumare di più, ma non può perché ha meno soldi.

Ma è proprio qui che si impone l’esigenza di una riflessione non congiunturale: consumare meno può diventare un’opportunità e non solo un limite. E qui si colloca anche una precisa domanda: il lavoro merita ancora di essere festeggiato, in particolare il giorno del Primo maggio? O questi festeggiamenti non sono altro che la celebrazione di riti che richiamano esperienze che non hanno più niente da dire?

Io credo che il lavoro abbia ancora un grande valore, la cui perdita ha contribuito non poco alla crisi attuale, che non è solo economica e finanziaria, ma soprattutto morale. Una società che trova la coesione sociale più facilmente nello shopping domenicale che nel lavoro deve riflettere su stessa.

Se ogni giorno è uguale a quello che lo ha preceduto e a quello che lo seguirà, quale sarà lo spazio che dedicheremo a noi stessi e quale senso collettivo riusciremo a dare al nostro vivere sociale?

Il lavoro moderno, sempre più precario e instabile, fa fatica a dare risposte a queste domande. Il sindacato non è solo preoccupato di difendere le commesse obbligate a lavorare nei giorni festivi, trascurando famiglia, affetti, relazioni e riposo. Il sindacato è preoccupato anche per la mortificazione del valore e della funzione sociale del lavoro. È probabile che il lavoro non riesca più a garantire questa funzione, ma è certo che il suo
valore va ben oltre la sua capacità di procurare un reddito.

Mi rimane piuttosto la convinzione che la libertà di poter acquistare qualsiasi cosa in qualsiasi giorno, compresi quelli festivi, finisca per risolversi nel suo contrario, contribuendo solo a concentrare il potere nelle grandi catene distributive, con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Non dimenticandoci, in ogni caso, che l’uomo non è solo un “tubo digerente”, ma un soggetto che ha bisogno di condividere con gli altri il senso della propria vita, lavorando e facendo festa, insieme.

Appuntamento, quindi, il Primo maggio in Piazza dei Signori a Treviso.

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