La proposta della candidata Tonel: un centro antiviolenza anche per l'opitergino-mottense

La candidata al consiglio regionale nella provincia di Treviso per la lista PD–Lorenzoni Presidente: «Qui vivono 40 mila famiglia ed è quindi necessario presidiare il territorio»

Giulia Tonel

Il coordinamento dei centri antiviolenza IRIS ha lanciato un appello a tutti i candidati alle elezioni regionali del Veneto perché si impegnino sulle questioni della parità di genere e del sostegno alle famiglie in difficoltà. Ha raccolto prontamente l’impegno Giulia Tonel, candidata al consiglio regionale nella provincia di Treviso per la lista PD – Lorenzoni Presidente. «I Centri Antiviolenza sono un presidio fondamentale per la salute delle famiglie che vivono in Veneto: i CAV offrono un supporto determinante per contrastare le tante forme di disagio domestico, con particolare attenzione alle violenze e agli abusi. Un supporto che, grazie a Iris, si concretizza in progetti di prevenzione e intervento, formazione e altre vitali esperienze di socialità».

«Solo un dato per far capire quanto sia diffuso il problema, riferito al solo Centro Antiviolenza di Treviso: nel 2019 ci sono stati 174 donne che hanno richiesto il servizio, il 73% italiane, il 98% per scappare da una violenza perpetrata da una persona che conoscevano. Il 2020, coi suoi due mesi di convivenza forzata, sta andando ovviamente peggio. E parliamo spesso di donne laureate, o lavoratici, madri o studentesse. Sui Centri Antiviolenza incombono tre problematiche urgenti, che minano spesso l’efficacia e la tempestività degli interventi: la diffusione non uniforme sul territorio, l’inaffidabilità retributiva e un programma di prevenzione da iniziare fin dai banchi di scuola» chiosa Tonel.

OPITERGINO-MOTTENSE SENZA CAV

«Io sono di Motta di Livenza: nonostante nell’opitergino-mottense vivano 40 mila famiglie, non disponiamo di un nostro Centro Antiviolenza. Il più vicino è quello di San Donà di Piave, mentre dei cinque CAV in Provincia di Treviso il più veloce da raggiungere è quello nel capoluogo, a 30 km di distanza. Vuol dire che una donna qui è più vulnerabile: anche quando vince la dipendenza economica e psicologica dal proprio aguzzino per denunciarlo, subentra il problema di raggiungere immediatamente una struttura attrezzata per accogliere, ascoltare, proteggere e reinserire. E in un percorso di emancipazione, ogni ostacolo rappresenta può costituire un deterrente decisivo».

I RITARDI NEI PAGAMENTI

«Nei CAV operano quali consulenti e collaboratrici numerose figure professionali in libera professione: psicologhe, avvocate, terapiste. Le loro fatture vengono pagate con un ritardo di almeno 2 anni, a causa di un differimento cronico dei contributi. In questo momento, ad esempio, sono in corso di liquidazione le fatture del biennio 2017/18. E i contributi regionali ammontano a 14.500 euro. Propongo per questo l’introduzione di una garanzia contributiva che consenta la puntualità nei pagamenti, condizione essenziale per poter erogare un servizio di qualità, ancora attrattivo per le professioniste più qualificate. L’apertura dei CAV non può ricadere sulle sole spalle delle volontarie, accomodandosi ancora una volta sulla sola solidarietà femminile. Le Istituzioni devono essere presenti, proattive, reattive. Durante il Covid, ad esempio, i CAV hanno dovuto dotarsi di un telefono attivo 24 ore, 7 giorni su 7, interamente gestito da donne volontarie. Se per qualsiasi ragione mancano loro, il servizio è sospeso».

PREVENZIONE

«È necessario incrementare la prevenzione nelle scuole, per aumentare la consapevolezza in chi subisce l’abuso: il riconoscimento del pericolo fin dalle prime manifestazioni del fenomeno è determinante, così come imparare la gestione non violenta dei conflitti. Oggi chi si rivolge ai Centri Antiviolenza lo fa di propria iniziativa: segno che la consapevolezza emotiva è l’arma più importante di cui dobbiamo poter disporre. Ma se da un lato le donne diventano sempre più consapevoli, c’è un lavoro fondamentale da fare anche sugli uomini, perché siano attori protagonisti del cambiamento sociale: sono loro che devono intervenire sulla cultura maschilista, cambiando metodi educativi e linguaggio quotidiano».

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