Il dramma della scuola ai tempi del Coronavirus

In questi mesi nel mondo 1.265.000.000 studenti non vanno a scuola. Di questi, 10 milioni sono italiani. La riflessione di Giancarlo Brunello, coordinatore di Cittadinanzattiva Treviso

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TrevisoToday

Dieci milioni sono gli studenti italiani che non vanno a scuola a causa del COVID-19. Tra questi, ci sono i bambini delle scuole materne e degli asili nido, gli adolescenti, i ragazzi delle scuole superiori e gli universitari. Cittadinanzattiva, rilevandoli dai fondi del decreto "Cura Italia" e relativamente alla didattica a distanza, scrive che quelli del primo ciclo di scuola sono 4.973.951 bambini e ragazzi, mentre nei 391 istituti scolastici veneti quelli del primo ciclo sono 383.588. Un dramma sociale, prima di tutto, ma anche un (dis)investimento che peserà molto sul nostro futuro. Però di loro, di bambini e ragazzi, nessuno parla, se non di sfuggita. Si è parlato invece di scuola quando si ragiona del lavoro dei loro genitori, in particolare quello delle donne. Lo hanno fatto alcuni sindacalisti, di categoria, a difesa e alla preservazione della salute degli insegnanti, e poi c'è stata una polemica rivendicazione, di carattere economico, delle scuole paritarie. Coerente con il "brontolio sociale" anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, avvocato del popolo e delle rappresentanze, ha deciso di affrontare i problemi della pandemia collegati al mondo della scuola con le prebende, con i buoni integrativi e i permessi per gli accudimenti familiari, per la sanificazione e per le problematiche del distanziamento sociale. Dimentico e disattento (forse) che il problema vero è quello di mandare a scuola i ragazzi. Il problema dei ragazzi è rimasto in capo alla professoressa Lucia Azzolina, dispensatrice di amarcord e di ricordi. Per fortuna, nel bene e nel male, del loro futuro, per gli esami di fine anno si sono fatti carico una parte dei professori e dei dirigenti scolastici. Il black out scolastico attuale porta almeno tre problemi seri nell'immediato. Ed alcuni, di difficile definizione e quantificazione, quando il buco didattico e formativo COVID (anno scolastico 2020 e forse gran parte del 2021) si farò sentire nella vita futura di queste nuove generazioni. I tre problemi sono: 1) aumentano le disuguaglianze e le esclusioni sociali di ampie fasce della popolazione dei minori. In un momento in cui, con grande fatica e diversi impedimenti di oscurantismo culturale e burocratico, si era cominciato a parlare e in qualche modo operare sulla "povertà educativa".

Questa sospensione e la crisi economica, che aumenterà la povertà, saranno letali per un recupero serio della povertà educativa riferita alla scolarizzazione incentrata su una scuola diffusa. Peraltro, questa nuova forma di povertà non riguarda più e soltanto i ceti emarginati e quelli del lavoro precario, ma colpisce anche famiglie di lavoratori autonomi, professionisti o meno, di lavoratori a progetto o con contratti a termine. Nuclei familiari di ceto medio, in qualche modo agiati, che avevano contratto dei debiti per aumentare il loro benessere. Aumenta la povertà nella vasta area del commercio, dei servizi e della new age (divertimenti, dopo lavoro, attività culturali, ecc.). Lo anticipano i servizi di volontariato, di sussidiarietà e quelli sociali in base ai nuovi frequentatori. Codesti hanno anche il problema che non sono usi e abituati a vivere di solidarietà sociale specifica; oltre all'imbarazzo, non sanno a chi e cosa chiedere. I loro figli sono tra i più deboili della nuova generazione; 2) il ruolo della scuola educante e sociale. La scuola da tempo ha, oltre al ruolo (forse da rinnovare) educante e formativo, anche quello sociale. Attorno ad essa ruotano una serie di interessi e idee di forte impatto sulla sussidiarietà sociale. Si tratta di tutte quelle attività extra scolastiche ad alta socializzazione includente. Al vasto mondo delle associazioni di volontario e del terzo settore, con i loro maestri di strada, con le persone che fanno integrazione sociale con il doposcuola, alle vaste e diffuse iniziative sportive e ricreative di quartiere o di parrocchia. La scuola chiusa, annulla tutto questo. Pur capendo che l'unica medicina che hanno le società contro il COVID-19, è quella di "stai distante da me", si poteva fare cercando di salvaguardare alcune cose, specie per le persone fragili. Pensiamo, ad esempio, alle persone disabili. Questi ragazzi, nella scuola hanno l'unico, anche se inadeguato, mezzo di socializzazione. Nel sondaggio civico di Cittadinanzattiva si dice che un alunno su tre disabile è stato escluso in questa fase dalla didattica a distanza. La chiusura della scuola ha abbandonato i i ragazzi al loro destino. Anche quelli che hanno la loro famiglia. Questo perchè, parte importante della vita dei ragazzi è affidata, si voglia o meno, alla scuola, ai suoi docenti, ai bidelli o altri. Sulla qualità e quantità della didattica on line il giudizio è di insufficienza. Lo è, sia perchè gran parte del corpo docente non è tarato a questo, ma è abituato al dialogo e anche allo stimolo del confronto, a volte aspro con i ragazzi; qui il comando è impersonale, unico, è quello degli strumenti e del loro utilizzo. Lo è anche perchè molti dei ragazzi sono stati esclusi perchè non avevano mezzi tecnologici sufficienti (computer, IPAD e smartphone, sono pochi e in uso a tutta la famiglia). Inoltre, per i ragazzi la scuola è luogo di socializzazione diffusa. Lo studio "Giovani e quarantena" dell'associazione nazionale "Di Te" ha scritto "che agli studenti manca la presenza fisica a scuola e il contatto con i compagni".

La didattica a distanza ha raggiunto, secondo i dati della ministra Azzolina, il 6.700.000 alunni delle varie scuole, mentre se ne sono persi 1.600.000. Tra questi, ci sono anche molti alunni disabili. Le cause, oltre alla penuria di strumenti idonei, del sovraffollamento abitativo e della mancanza di strumenti per tutta la famiglia, ma anche per come ha scritto l'ISTAT che nei ragazzi tra i 14-17 anni, solo il 30,2% ha competenze digitali, gli altri smanettano. Nessuno lo dice, perchè fa paura solo a pensarci, ma diversi studiosi ricordano le esperienze dei ragazzi "nihikomori" (dal nome giapponese: stare in disparte). Sono i giovani che non escono mai di casa. In Italia, secondo informazioni del presidente della loro Associazione, Marco Crepaldi, sono oltre 100mila. La domanda è, in termini ovviamente provocatori, tra quelli che oggi sono chiusi in casa, quanti avranno la forza di uscire e di riprendere la vita di tutti i giorni? Dai cortili alle aule delle scuole? Oppure si lasceranno andare piano all'isolamento, anche senza arrivare ad essere una "nihikomori"; 3) i ragazzi, il loro stato di umore, le angosce e le paure. In molti sono a dire che dopo l'iniziale euforia dei ragazzi, per il "tutti a casa senza regole e orari quanto fosse bello". Poi la convivenza umana della famiglia, abituata e regolata a ore e con progetti individuali, è stata costretta nella convivenza forzata. Si parla di tante e diffuse tensioni familiari per questo. Sono, dicono, in aumento la ricerca di informazioni su e per i divorzi. Ma si parla, con più cognizione di causa, anche dello stress dei ragazzi, della loro solitudine, della loro paura di tornare in strada e di frequentare gli altri. La didattica online è tutta un'altra cosa. Uscendo, dovranno riprendere le loro abitudini, riannodare le loro amicizie e inamicizie. Dovranno rimettersi in linea con le regole della società organizzata, che ha delle ferite. Dovranno riprendere, di nuovo, i contatti con i loro professori (con le loro paturnie di persone covizzate). Insomma, dovranno reinventarsi o riadattarsi in un mondo diverso e forse molto nuovo, che già ora in apparenza avrà meno energie e risorse, e quindi aumenterà sicuramente l'esclusione sociale. Però, la scuola vale la pena, sempre. Come diceva Victor Hugo, "chi apre la porta di una scuola, chiude una prigione". Forse è anche per questo che nelle carceri, sta aumentando la domanda di studio dei carcerati, con l'indifferenza di chi si occupa di giustizia (anzi, di chi si occupa solo di condanna).

Intervento di Giancarlo Brunello, coordinatore di Cittadinanzattiva Treviso P.S.: Ulteriori informazioni, approfondimenti e documentazione sul "Sondaggio sociale sulla didattica a distanza ai tempi del COVID-19" si possono trovare in www.cittadinanzattiva.it www.cittadinanzattiva.it/notizie/scuola/13254-dona-un-pc-per-la-campagna-riconnessi.html

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