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Ricordi della Shoah: "erano sì ebrei, ma anzitutto trevigiani, come gli altri"

I racconti dei sopravvissuti e le comunità ebraiche della Marca

Oggi è il Giorno della Memoria che ricorda una pagina nerissima della storia recente. È amaro constatare che il ricordo di un fatto così mostruoso non riesca a risvegliare forze e sentimenti capaci di fermare i conflitti attuali. In ricordo delle circa 200 vittime (più di 50 bambini) del campo di concentramento di Treviso (luglio '42-settembre '43) dei quasi 400 ebrei deportati dalla provincia di Treviso ai campi di concentramento nazifastisti tra cui Auschwitz, uomini, donne, bambini, giovani e anziani, operai, maestre, farmacisti, imprenditori. Altri 321 erano giunti anni prima a cercare rifugio nella Marca, provenienti da Germania, Austria, Jugoslavia e dai territori occupati.

La Marca non ha mai visto una presenza particolarmente consistente di ebrei, fatta eccezione per Conegliano che ha conosciuto una comunità più grande. A Treviso esisteva un piccolo ghetto, all’incirca nella zona di Via Portico Oscuro. Gli ebrei trevigiani erano pochi, molto ben integrati nel tessuto sociale, erano sì ebrei, ma anzitutto trevigiani, come gli altri.

Gli ebrei internati in fuga da Hitler

LE 4 SORELLE ROCCO NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI BOLZANO

A Ermelinda, Teresa, Prassede ed Egle Rocco nate a Motta di Livenza all’ entrare nel Campo diedero il triangolo rosso di prigioniere politiche. Le sorelle conservarono per tutta la vita, orgogliose, quel pezzetto di stoffa color sangue.

Ermelinda Rocco, Katia.

Ermelinda Rocco nacque a Motta di Livenza nel 1920, maestra in Cansiglio, si unì alla lotta contro il nazi-fascismo la Resistenza dopo l’   8 settembre  1943. Combattè a fianco di Amerigo Clocchiatti, il commissario politico ” Ugo”. Fu una partigiana comunista. Arrestata passò per la famigerata caserma Tasso di Belluno, un luogo di terrore in centro città dove viene torturata. Una delle figure più feroci della repressione della resistenza fu il comandante della gendarmeria di Belluno, responsabile di torture e omicidi durante gli interrogatori: il tenente Georg Karl, a quanto pare originario di Knellendorf (Bayern), mentre i suoi principali assistenti provengono dal Sudtirolo. Fu proprio un nazista sudtirolese di nome Pallua che interrogò e torturò “Katia” con scariche elettriche ai seni. Katia non parlò e sembra che il Pallua gli risparmiò la vita per farsi una reputazione di buono per il dopo. Terminata la guerra i personaggi più compromessi di torture e crimini alla caserma Tasso svanirono, molti fuggiti in Sudamerica.

Teresa, Egle e Prassede Rocco.

Anche le sorelle di “Katia” Teresa, Egle e Prassede fuono partigiane nel bellunese. Vissero  la stessa esperienza di Ermelinda. Furono arrestate lo stesso giorno il 14 ottobre 1944 e interrogate e torturate nella Caserma Tasso di Belluno. Dopo oltre un mese d’inferno vennero inviate al lager di Bolzano, dove rimasero fino alla sconfitta del nazi-fascismo. La durezza della lotta partigiana, l’imprigionamento,  le torture, l’ internamento,  minarono presto la vita di tre delle quattro sorelle, Prassede morì ad appena 52 anni per un cancro allo stomaco, Egle a 56 per un cancro ai reni ed Ermelinda a 64, per un cancro al seno.

Va ricordata anche la madre delle sorelle Rocco, Margherita Longhetto Rocco che appoggiò la lotta partigiana e le figlie partigiane. La famiglia Rocco fu definita coraggiosa nel suo libro “Camina Frut” da Amerigo Clocchiatti, Ugo, che le fu amico fino alla morte avvenuta i primi anni 90. La famiglia Rocco, ospitò e diede cibo a Clocchiatti per alcuni giorni e nascose per molto tempo il pittore Emilio Vedova.

Dal libro di Costantino Di Sante, “Criminali del campo di concentramento di Bolzano”.

Enrico Vanzini

Sopravvissuto ai lavori forzati e a condizioni disumane nel campo di concentramento di Dachau dove persero la vita oltre 41mila persone. Costretto a lavorare nelle camere a gas e nei forni crematori del primo lager fatto costruire dal Reich nel marzo del 1933, dove rimase internato sette mesi, e per 15 giorni fu costretto dalle SS ad eliminare nei forni crematori i cadaveri dei suoi compagni.

Sono solo alcune drammatiche fasi del racconto di Enrico Vanzini, uno degli ultimi sopravvissuti al campo di concentramento nazista. Vanzini è l'ultimo italiano ancora vivente appartenente ai Sonderkommando: uno dei membri appunto delle squadre speciali composte dai deportati internati del lager incaricati di riempire di cadaveri i forni crematori, obbligati dalle SS a compiere le operazioni di rimozione dei corpi dalle camere a gas e di contribuire alle successive fasi di cremazione. Uno dei compiti più crudeli inferti sotto la costante minaccia armata delle Schutz-Staffeln.

“Pesavo 85 chili quando sono arrivato - rivela il testimone - quando il campo venne liberato dagli americani nel 1945 ne pesavo 22. In quel posto ho lasciato 63 chili di carne. Sono riuscito a venirne fuori per la voglia di ritornare e perché non ero ebreo - rivela - a Dachau ero il numero 123343: ho preso tante bastonate perché questo numero dovevo impararlo a memoria in tedesco. Il nostro nome non esisteva più: me l'hanno ridato gli americani quando sono entrati nel campo".

La scoperta del lucido e spietato meccanismo della Shoah. “È stata una scena agghiacciante, non sapevo dell’esistenza della camera a gas - racconta Vanzini nei suoi incontri - non sapevo cosa fosse una camera a gas: era lì, una cameretta oltre lo stanzone dei forni. Sono entrato in quell’inferno alle 5.30 del mattino. Dentro c’era un forte odore di gas, così le Ss ci hanno fatto indossare una mascherina da chirurgo per poter respirare. C’era un’atmosfera spettrale, con quattro lucine accese in alto sugli angoli del locale. Li abbiamo trovati abbracciati gli uni agli altri, avvinghiati così forte che non eravamo capaci di staccarli dalla stretta che li aveva uniti quando si erano sentiti morire. Erano ebrei, poveretti come noi. Sessanta uomini di ogni età, erano ancora attaccati, uno all’altro, era qualcosa che ti spaccava il cuore".

Per 15 giorni, così il prigioniero scoprì cosa c’era in quella casa fuori dalla quale era stato obbligato a trainare, insieme agli altri Sonderkommando, i carri pieni di cadaveri.

Gli ebrei a Treviso

Asolo

Non si hanno notizie precise di quando si stabilì in città una piccola comunità ebraica, ma è probabile che questo avvenne alla fine del Quattrocento, quando Asolo divenne sede della corte della regina di Cipro, Caterina Cornaro. Nel 1509 arrivarono altri ebrei da Treviso, dopo l’espulsione voluta dal doge Leonardo Loredan. Nel 1547 vivevano in città 37 ebrei, appartenenti a 7 famiglie; ma proprio in quest’anno, la notte del 22 novembre, un gruppo di facinorosi proveniente da tutto il circondario irruppe nel loro quartiere uccidendo dieci persone – tra cui donne e bambini – e ferendone altre otto. Alla carneficina si sommò la razzia che pose fine alla stabile presenza ebraica in questo territorio.

Dagli atti del processo sappiamo che, a sud dalla Piazza del Pavion e attraversato dal breve  vicolo di Belvedere, vi era  un agglomerato di case, chiamato “il ghetto”, sebbene alle abitazioni degli ebrei fossero anche intramezzate quelle dei cristiani. Gli israeliti abitavano in sei edifici, alcuni dei quali a più piani; all’ultimo della casa di Marco Koen c’era un locale adibito a sinagoga e in città esistevano ben quattro banchi di pegno che continuarono a funzionare anche dopo l’istituzione del vicino Monte di pietà.
Il loro cimitero era sito alle Mura del Colmarion: vi sono state rinvenute due lapidi funerarie della famiglia Gentili (Hefeà in ebraico), una di Gershon Kohen, figlio del rabbino  Mose Hefeà, recante la data 1528 (more iudaico 5288) e l’altra di sua moglie Hannah, recante la data 1513 (more iudaico 5273).

Treviso

La presenza ebraica è documentabile in città fin dal X secolo, ma si hanno documenti che attestano l’attività di prestito solo dal 1294. Gli ebrei furono cacciati dalla città nel 1509, dopo che le loro case erano state saccheggiate durante un tumulto popolare. Fino al 1861 il decreto di espulsione era ancora leggibile sulla Piazza dei Signori. Un piccolo gruppo tornò dopo l’eccidio di Asolo, ma dopo la metà del XVI secolo non si hanno più notizie di ebrei in città.
La comunità ebraica si era stabilita nell’area del Portico Oscuro dove c’era anche la Sinagoga (al n.11 della via), nei pressi di via S. Vito (dove si vedono ancora i segni dei cardini di un pesante cancello) e in via Palestro, mentre i banchi si trovavano in prossimità della Torre del Cambio in Calmaggiore. Il loro cimitero era in borgo Cavour; nel 1880 durante lavori di scavo lungo il torrione delle mura di San Teonisto, vennero alla luce 27 lapidi – di cui solo quattro interamente leggibili – che ora sono collocate nel giardino di Ca’ De Noal.

Portobuffolè

Un piccolo gruppo di ebrei esuli da Colonia si stabilì a Portobuffolè verso il 1430 e qui praticò l’attività di prestito con un tasso di circa il 12%. Si stabilirono nei pressi di Porta Friuli, vicino alla Loggia del Fondaco dove all’epoca si svolgevano tutti gli scambi commerciali. L’attuale Duomo fu probabilmente edificato sui resti della loro sinagoga.
Nel marzo del 1480, durante la Pasqua ebraica, la comunità ebraica fu accusata dell’omicidio a scopo rituale di un piccolo mendicante cristiano, Sebastiano Novello. Nonostante la Serenissima avesse inizialmente pubblicato una Ducale per difendere gli Ebrei, alcuni confessarono l’omicidio sotto tortura. Al termine del procedimento penale – durante il quale furono nuovamente torturati – alcuni subirono il carcere e poi furono banditi dal territorio, altri furono bruciati vivi tra le colonne di Piazza San Marco.
Il Senato inoltre ordinò l’espulsione, la confisca di tutti i loro beni e istituì in città il Monte di Pietà.

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