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Bombardamento del 7 aprile 1944: il sindaco Conte rende omaggio alle vittime

In una Piazza dei Signori deserta il primo cittadino di Treviso ha ricordato le 1600 persone che hanno perso la vita nel tragico bombardamento del 1944 lasciando un importante messaggio ai trevigiani d'oggi

 

Una corona di fiori deposta nella cappella della Chiesa Votiva per ricordare le 1600 vittime del bombardamento del 7 aprile 1944 a Treviso. È iniziata così, martedì 7 aprile, la giornata del sindaco Mario Conte per ricordare un anniversario che, ancora oggi, resta una ferita aperta nel cuore del capoluogo di Marca. Le celebrazioni sono proseguite con l'ascolto dei rintocchi della campana della Torre civica in una Piazza dei Signori deserta, avvolta da un silenzio surreale. Il sindaco si è poi rivolto a tutti i trevigiani d'oggi leggendo un messaggio aperto alla cittadinanza come segno di speranza per il futuro e che vi riportiamo qui sotto in versione completa. 

Il messaggio letto ai cittadini

«Cari Concittadini, avremmo voluto condividere con voi il momento di raccoglimento in Piazza dei Signori sotto la Torre Civica, ascoltando i rintocchi della Campana della Torre. Non abbiamo potuto farlo perché, per la prima volta, non possiamo riunirci per fronteggiare un nemico comune e invisibile. Una situazione assolutamente inedita, con la quale abbiamo ormai abbiamo imparato a convivere ma che ci sta togliendo anche i momenti e le cerimonie più importanti e significative, come questa giornata che ricorda il bombardamento che nel 1944 rase al suolo la città. Conviviamo con queste restrizioni per allontanare un virus che ha cambiato le nostre abitudini, che ha profondamente ridimensionato la percezione del calore umano e della vicinanza mostrandoci queste nostre abitudini sociali così lontane, addirittura pericolose. Il bombardamento della Città di Treviso provocò 1600 vittime. In questi giorni in cui passiamo dal leggere freddi bollettini alle immagini strazianti dei mezzi dell’esercito che trasportano bare abbiamo capito più che in altre occasioni che i numeri hanno un peso. E che la vita non può essere ridotta a una casellina, fra tutte le altre. Ci furono 1600 vittime allora (più di 120 fra neonati e bambini) a Treviso, purtroppo in questo mese e mezzo ne abbiamo contate più di 60 nel nostro ospedale e più di 120 nella Marca trevigiana. Oltre alla sofferenza per la perdita dei propri cari, i trevigiani, oggi come allora, uomini, donne, bambini, famiglie, studenti, imprenditori, operai, liberi professionisti, dipendenti pubblici, impiegati, addetti, collaboratori, devono far fronte ad enormi problematiche di tipo economico. Treviso, dopo il bombardamento del 1944 e fu ricostruita in 10 anni. Le nuove Piazza Borsa, via Toniolo, Largo Totila, piazza Pio X convivevano con le “sopravvissute” via Manin, via Ortazzo, Santa Caterina e Madonna Granda (che era stata colpita il 14 maggio del 1944). La parete del Palazzo dei Trecento venne ricostruita, “tirata su” scrivono gli storici, nel 1948 e oggi è uno dei simboli di quella rinascita. Si diede un tetto ai cittadini, si pensò allo sviluppo, a vivere e non a sopravvivere. Arrivarono servizi, industrie, strade. Nel 1956 Treviso era una Città rinnovata, nella quale convivevano i ricordi e l’innovazione, le ferite, le cicatrici e anche i risultati di una strepitosa e ritrovata vitalità. Nel 1956 il sindaco dell’epoca, Alessandro Tronconi, inviò una relazione a Roma. Treviso era di nuovo una città operosa, produttiva e ridente e così sarebbe stato negli anni a venire. Noi, fortunatamente, non dobbiamo “ricostruire” palazzi. C’è chi in questo mese ha perso tutto e vede nelle serrande abbassate le macerie di anni di sacrifici. Ci sono imprenditori che temono il fallimento, partite Iva e tanti professionisti che ora faticano a mettere insieme una cifra per soddisfare un fabbisogno minimo, per un affitto o per lo stipendio di un dipendente. Dobbiamo però ripartire. Aiutando e aiutandoci. I nostri nonni e i nostri padri lo hanno fatto da muri sventrati. Da fratelli, sorelle, figli, amici di una vita caduti sotto le bombe. Noi possiamo e dobbiamo farlo, fra mille difficoltà, con solidarietà e responsabilità, ripartendo dalla nostra gente, dai nostri negozi, dalle nostre attività e dai nostri prodotti. Dall’arte e dalla bellezza.
Non dobbiamo aspettarci e tantomeno dobbiamo cercare vie brevi e scorciatoie. Le istituzioni, però, faranno di tutto perché questo processo di rilancio sia breve, perché ciò che ora è timore un giorno diventi un’opportunità. Treviso sarà sicuramente diversa, ma sé stessa. Iniziamo, come diceva San Francesco d’assisi, a fare ciò che è necessario e poi ciò che è possibile. Ci ritroveremo a fare l’impossibile. Noi Trevigiani sappiamo che tutto ciò può accadere. Chiudo ringraziando chi non si è fermato per salvare vite e chi si è fermato, restando a casa, per salvarne altrettante. Chi ha lavorato per garantirci il pane, la pasta, uffici e ospedali puliti. Ringrazio chi non si è mai perso d’animo, i volontari, le forze dell’ordine. Ringrazio tutti, e fra questi anche il Prefetto Laganà, il Vescovo Michele e il tenore Grollo per la partecipazione. lo farò sempre anche dopo la fine di questa emergenza, perché questo senso di comunità di permetterà di ripartire con la sicurezza di farcela. Viva l’Italia, viva il Veneto, viva Treviso!»

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