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Nuovo Dpcm, Irone (Filcams Cgil): «La guerra tra i poveri e i poverissimi va evitata»

Il sindacalista trevigiano: «Serve essere vicini a chi sta soffrendo le ricadute economiche di questa emergenza sanitaria e lo sta dicendo apertamente nelle piazze»

 

«Serve essere vicini a chi sta soffrendo le ricadute economiche di questa emergenza sanitaria e lo sta dicendo apertamente nelle piazze di queste giornate. Da queste piazze si respira molta distanza verso quello che ci raccontano i medici, gli infermieri, gli operatori della sanità che ci parlano apertamente di un ritorno a quanto abbiamo vissuto a marzo con ricoveri costanti e terapie intensive lentamente sempre più affollate. Solo due settimane fa qualche account postava il numero dei ricoverati in rianimazione per sostenere che l’allarmismo fosse esagerato: l’8 ottobre erano poco più di 300; in sedici giorni sono più che quadruplicati». A dirlo, in merito ai ristoratori e commercianti in piazza ieri a Treviso per protestare contro il nuovo Dpc, è Alberto Irone, segretario generale FILCAMS CGIL di Treviso.

«La consapevolezza è invece che queste ricadute rappresentino un peggioramento sul lungo periodo, senza speranza di inversione immediata di tendenza qui ed ora. Tra chi scende in piazza ci sono molte sensibilità diverse su questo punto: chi percepisce un peggioramento economico per la chiusura della propria azienda, chi sta perdendo o ha già perso il lavoro, chi è in cassa integrazione e non sa bene cosa ne sarà, ma anche chi si sente privato di un diritto di accesso alla cultura o alla socialità. Un insieme di persone che sentono di aver subito un torto per le disposizioni messe in atto - continua il sindacalista trevigiano - È un blocco originale da maneggiare con grande cura e, se si vuole isolare chi lo sta scuotendo per altri fini, anche antidemocratici, molta umiltà e altrettanto rispetto. La situazione si fa più difficile da sostenere proprio dove sono stati fatti pochi investimenti ritenuti ad alto rendimento e questo fenomeno ha molto a che fare con quanto si è prodotto, anche in termini speculativi, attorno al turismo e alle città d’arte, dove sono sorti disequilibri e solo ora ci accorgiamo dell’assenza di uno straccio di rete di tutela, sia dei lavoratori dipendenti, sia delle imprese».

«Abbiamo però davanti scelte che non misuriamo in termini ordinari e comporteranno misure di limitazione a “fisarmonica” sul piano nazionale e locale. Il dibattito non può essere solo su come o cosa chiudere ma dove trovare i soldi per farlo e sarebbe ora di aprire una grande questione sulla redistribuzione della ricchezza e sui limiti di una mediazione che ha reso il lavoro parte debole. Questa partita non possiamo pensare che non riguardi anche le organizzazioni di rappresentanza e la loro funzione politica e sociale profonda: per posizionamento, attitudine civica, analisi delle contraddizioni, sintesi. Serve farlo partendo dal principio per cui indietro non si può e deve lasciare nessuno e la guerra tra i poveri e i poverissimi dobbiamo evitarla, come la guerra tra chi ritiene che sia meglio scegliere di morire di fame o di Covid» conclude Irone.

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