Ex popolari venete tra proclami elettorali e retroscena da codice penale

La vicenda della ex Veneto Banca e della ex Popolare di Vicenza finiscono in un vortice di polemiche e di veleni. Da una parte M5S e Pdv chiedono chiarezza sul percorso che le ha portate al dissesto. Dall'altra una missiva anonima, tutta da verificare, getta un'ombra fosca sul già tormentato rapporto tra i due ex istituti e i rispettivi creditori, VeBa nel caso di specie

Una recente assemblea

Le vicende che direttamente o indirettamente ruotano attorno al collasso delle ex popolari venete tengono banco sul tavolo della politica regionale veneta. Se ieri 25 giugno è stato il candidato governatore del M5S (l'ex senatore Enrico Cappelletti) a puntare l'indice contro l'ex presidente di BpVi Gianni Zonin, finito in un processo penale monstre, oggi è un altro candidato governatore (Antonio Guadagnini del Partito dei Veneti, noto come Pdv) a dire la sua sull'affaire che ha coinvolto l'istituto di via Framarin soprattutto per quanto concerne il ruolo di Bankitalia. Tuttavia la galassia finanziaria veneta è in ambasce anche per un altro motivo. Alcune ore fa sui tavoli delle redazioni di mezzo Veneto  di Vicenza e Treviso è arrivata una lettera anonima (che risulterebbe inviata pure, anche se non si quando alle procure di Vicenza e Treviso) nella quale si denunciano condotte ad alta tensione che riguardano una società vicentina molto nota, uno studio professionale della città palladiana, un professionista milanese in una con un ex top manager di Veneto Banca.

PARLA CAPPELLETTI

Il primo a farsi vivo è stato Cappelletti il quale in una nota diramata ieri dice la sua sul processo in corso a Vicenza per il collasso della ex BpVi. «Zonin ha pianto nell'aula del tribunale vicentino a Borgo Berga, al processo sul dissesto della ex Banca Popolare di Vicenza, durante il quale - rimarca Cappelletti - ha dichiarato di essere stato inconsapevole di quanto accadeva al di fuori o contro le regole. Ebbene, accadeva che centinaia di migliaia di risparmiatori si sono trovati a piangere lacrime vere, avendo trovato dilapidati i loro risparmi d'una vita, delle loro famiglie, proprio a causa della mala gestione della sua Banca Popolare di Vicenza ed anche di Veneto Banca. Sono orgoglioso - aggiunge l'ex senatore - di aver presentato gli esposti che diedero inizio alle indagini e confido sul fatto che la magistratura possa fare chiarezza su quanto avvenuto. Al governo - prosegue Cappelletti - abbiamo riconosciuto un concreto indennizzo allocando un fondo di 1,5 miliardi di euro per risarcire sia azionisti che obbligazionisti e questi ultimi hanno già iniziato a riceverlo per le pratiche presentate».

L'ACCUSA A VIA NAZIONALE

Il bassanese Guadagnini dal canto suo in un dispaccio diramato oggi affronta un tema diverso. Quello del rapporto ancora tutto da chiarire tra Bankitalia e e le due ex popolari venete. Si tratta di considerazioni che il candidato distilla peraltro proprio sulla scorta delle ultime risultanze uscite durante il processo attualmente in corso a Vicenza. «Mi corre l'obbligo di tornare - sottolinea il leader del Partito dei veneti - sulla questione fallimento delle popolari Venete, in quanto dal processo in corso a Vicenza stanno emergendo ogni giorno novità sconcertanti. Ieri, Emanuele Giustini, uno degli ex top manager di via Framarin, è arrivato ad affermare che dal 2012 le operazioni baciate sono cominciate a diventare sistema grazie anche all'avallo di Bankitalia che aveva concluso la sua ispezione senza muovere alcun rilievo. Con il via libera degli ispettori c'è stata insomma più serenità e le operazioni correlate sono diventate una prassi sistemica. Ora, tale dichiarazione è in netto contrasto con quanto sostenuto dai vertici della Banca d'Italia, i quali hanno sempre negato risolutamente di essere a conoscenza di tale prassi» considerata peraltro difforme rispetto alla disciplina vigente. Partendo da questo presupposto Guadagnini sostiene che se al posto di perorare una fusione tra le due ex popolari venete poi risultata impraticabile, si fosse pensato da subito a metetre in sicurezza i bilanci delle due società il tracollo che ha colpito i risparmiatori del Nordest non ci sarebeb stato o sarebeb stato più contenuto. Questo alla grossa è il ragionamento di Guadagnini il quale parlando di una evidente contraddizione tra quanto emerso a processo e quanto emerso in sede di commissione speciale banche in Parlamento, in primis in relazione alla condotta di palazzo Koch, invita de facto la magistratura penale a riconsiderare il comportamento dei funzionari di via Nazionale, da sempre difesi da ampi settori di palazzo Madama e di Montecitorio.

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E tant'è che proprio sul versante dei cascami del collasso delle ex popolari venete la tensione rimane alle stelle. La cosa è dovuta ad una dettagliatissima denuncia anonima giunta sui tavoli delle redazioni di mezzo veneto (ma che sarebbe stata indirizzata anche alla Guardia di finanza e alla magistratura). Al centro della lettera, i cui estremi sono stati resi oggi noti dal quotidiano Vicenzapiu.com, c'è una girandola di relazioni economiche malsane che avrebbe caratterizzato una nota impresa di costruzioni del Vicentino, un professionista della città del Palladio in una col suo studio e un professionista del capoluogo lombardo. Il pasticciaccio avrebbe riguardato proprio i professionisti che in qualche maniera avrebbero brigato per procrastinare il disvelamento dello stato di decozione del gruppo edile riferibile ad un noto imprenditore vicentino: il quale a sua volta era esposto con Veneto Banca nota come VeBa. In questa vicenda l'abitazione di un top manager dell'istituto di Montebelluna, istituto che vantava crediti cospicui verso l'impresa, avrebbe beneficiato di una serie di lavori proprio dalla ditta debitrice della banca alla quale il dirigente era legato. Considerando le implicazioni penali di una lettera del genere e considerando che il suo sconosciuto estensore dichiara di lavorare per lo studio professionale che avrebbe maramaldeggiato coi conti della società poi finita in cattive acque, dovrà essere la magistratura a stabilire se si tratti di fantasie, di calunnie, di una polpetta avvelenata contenente qualche mezza verità o di fatti meritevoli di un approfondimento in sede penale. E ad aggiungere benzina sul fuoco va considerato il fatto che l'estensore della missiva avrebbe giustificato la scelta dell'anonimato spiegando di temere per la sua incolumità personale.

In realtà la lettera si innesta su un filone ben noto che è quello dei crediti allegri che le due banche avrebbero concesso a soggetti poco meritevoli ma ben addentro al sistema di potere economico-politico e finanziario che da anni si perpetua, pur tra tante sfaccettature, nel Veneto e nel Nordest. Si tratta per vero di una tara, quella del credito concesso in maniera poco lungimirante o in assoluta malafede, che puntualmente si ripete ad ogni scandalo bancario di qualsiasi proporzione e a qualsiasi latitudine del globo.

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