Mostra "Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet"

A cura di Marco Goldin

Realizzata grazie alla fondamentale collaborazione del Musée Rodin di Parigi, la mostra presenterà 80 opere totali, di cui 50 sculture tra le più famose e 30 lavori su carta. Si annuncia come un bel passo dal punto di vista della creazione di un significativo percorso critico e storico, anche attraverso il catalogo che l’accompagnerà. Tra l’altro, la rassegna di Treviso sancirà ufficialmente la conclusione dell’anno centenario della morte di Auguste Rodin (1917), dal momento che il museo parigino ha deciso di inserirla nel programma ufficiale che sta vedendo in tutto il mondo, ma non in Italia finora, esposizioni che appunto celebrino, o abbiano celebrato, questa importante data, dal Grand Palais di Parigi nella scorsa primavera al Metropolitan Museum di New York attualmente. Dunque, Treviso sarà la sola sede italiana che potrà essere inserita in questo calendario internazionale. Il Musée Rodin metterà a disposizione le opere del più grande scultore del XIX secolo, e uno dei maggiori di sempre in questa disciplina. Tutte le opere più celebri saranno presenti, in formati piccoli e medi, e in certi casi anche in formati di grande dimensione, alcuni dei quali allora da ospitarsi nei chiostri di Santa Caterina. Sculture che hanno segnato la storia di quest’arte nei secoli: dal Pensatoreal Bacio, dalla Porta dell’Inferno ai Borghesi di Calais. Titoli che, da soli, dicono già così dell’eccezionalità dell’evento.

Scultore celebrato già in vita come il più grande dei suoi contemporanei, Rodin per un decennio, a partire dalla metà degli anni sessanta del XIX secolo, conquista gli strumenti del mestiere lavorando come decoratore a bottega, in Francia prima e poi in Belgio, per impiegarsi quindi nella manifattura di Sèvres. La seconda metà degli anni settanta è il tempo delle prime, significative creazioni, puntualmente presentate a Treviso, come l’Età del Bronzo che tanto scandalo fece al suo apparire, e il San Giovanni Battista. Ma sono i vent’anni che principiano con il 1880 quelli delle grandi sculture, a partire proprio dalla porta che in quell’anno lo Stato gli commissiona per il futuro museo delle Arti Decorative. Un progetto, noto universalmente come La porta dell’Inferno, ispirato dalla Divina Commedia di Dante e che occuperà l’artista fino alla sua morte. Questo capolavoro eterno resterà per tutta la sua produzione futura un repertorio fecondo di figure riprese, assemblate e modificate, ovvero la base di un corpus straordinario di altre, autonome sculture. Su tutte il Pensatore e il Bacio, ispirato alla storia di Paolo e Francesca, raccontata da Dante nel canto V dell’Inferno. Nel susseguirsi di grandi passioni - tormentata e famosa quella con Camille Claudel -, Rodin, che in un viaggio in Italia nel 1876 aveva subìto indelebile il fascino delle opere di Michelangelo, anima la materia inerte del marmo e del gesso, a cui seguono le fusioni in bronzo, come nessuno prima di lui aveva saputo fare. Prendono quindi magnifiche forme il Busto di Victor Hugo, il Monumento a Balzac e, sopra tutte, quella, colossale, dei Borghesi di Calais. Su queste e altre opere Rodin, che nel frattempo aveva collezionato titoli, fama e riconoscimenti internazionali, continuerà fino alla fine i suoi studi e le continue variazioni, avendo l’universo femminile come inesausto fulcro ispiratore.

Sarà quindi ripercorsa nella mostra di Treviso, anche attraverso lettere e documenti, l’intera vicenda biografica e artistica del grande scultore, tale da collocarlo al centro della situazione in Francia e in Europa tra gli ultimi decenni del XIX secolo e i primi due del XX. Attenzione particolare verrà data all’influenza che la cultura italiana − da Donatello a Michelangelo a Bernini, ma naturalmente anche il fondamentale rapporto con la Commedia dantesca – ebbe su Rodin nella creazione delle sue opere.

(Presentando il biglietto dell'esposizione “Rodin” alla cassa del Museo Civico 'Luigi Bailo’, sarà possibile visitare a prezzo ridotto le due mostre dedicate ad Arturo Martini e a Gino Rossi, oltre alle collezioni del museo stesso)

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