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Anziana raggirata: assolta con formula piena un'operatrice sociosanitaria

Sotto accusa una 53enne di Quarto d'Altino per l'ipotesi di reato di circonvenzione d'incapace: si sarebbe fatta consegnare 54 mila euro dalla moglie di un anziano che assisteva

CASALE SUL SILE Incaricata dell'assistenza notturna di un anziano di Casale sul Sile, si sarebbe fatta consegnare dalla moglie dell'assistito più di 54 mila euro, di fatto raggirandola. Almeno questa era la ricostruzione dei fatti a cui è giunta la Procura di Treviso che, al termine delle indagini, ha spedito a processo un'operatrice sociosanitaria 53enne di Quarto d'Altino, in servizio presso l'ospedale Ca' Foncello di Treviso. La donna era chiamata a rispondere dell'accusa di circonvenzione d'incapace, o nell'ipotesi più lieve, di truffa aggravata. A denunciare il presunto raggiro era stata proprio la moglie del pensionato, resasi conto di aver speso una fortuna. La donna costituitasi parte civile, aveva chiesto un risarcimento danni di 70 mila euro.

Il giudice Michele Vitale, nonostante la richiesta di condanna del pm a due anni di reclusione e mille euro di multa, ha assolto l'imputata, difesa dall'avvocato Luigi Fadalti, dall'accusa di circonvenzione d'incapace perché il fatto non sussiste e ha disposto il non luogo a procedere per l'ipotesi subordinata di truffa per mancanza di querela.

I fatti contestati risalgono al periodo tra il 10 maggio e il 24 agosto 2013. L'operatrice sociosanitaria aveva il compito di assistere l'anziano tutti i giorni nel corso delle ore notturne. Un compito che ha sempre svolto con la massimo professionalità. Entrata in confidenza con la famiglia, avrebbe proposto alla moglie del pensionato una sorta di investimento: versando in più tranche delle somme di denaro in favore dell'associazione “Il Faro”, sarebbe divenuta socia benemerita dell'associazione e avrebbe acquisito il diritto, sia per sé che per il marito malato, all'assistenza gratuita a vita sia in casa che presso un centro di accoglienza in fase di ultimazione, gestito dalla stessa associazione.

Centro che è stato inaugurato ma che, dopo la denuncia della donna, è stato anche chiuso. In tutto la moglie dell'anziano malato avrebbe versato all'operatrice sociosanitaria 54.060 euro (oltre a somme in contanti non determinate) a fronte di un dovuto per l'assistenza notturna, peraltro da corrispondere all'associazione, di 70 euro a notte per complessivi 7.700 euro. Scattate le indagini, la Procura di Treviso sostiene che l'imputata avrebbe approfittato delle condizioni personali di minorata difesa della donna e le avrebbe cagionato un danno patrimoniale di rilevante entità.

La difesa dell'operatrice sociosanitaria ha però sempre respinto le accuse dimostrandolo in aula: oltre al fatto che il centro è stato effettivamente aperto, il difensore sosteneva che allo stato degli atti non esisteva una perizia che attestasse l'incapacità della vittima di intendere, e quindi non ci sarebbero i presupposti per configurare il reato di circonvenzione d'incapace.

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