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Sabato, 24 Febbraio 2024
Cronaca Villorba

Al lavoro 12 ore al giorno per 50 euro al mese, emesse due misure cautelari

Gli agenti della Polizia di Stato di Treviso hanno scoperto una cinquantina di lavoratori stranieri, tutti regolari, occupati da due cittadini cinesi in condizioni disumane. L'operazione, scaturita nella giornata di ieri, 20 aprile, ha preso spunto dall'attività di controllo di un 58enne, conosciuto alle forze dell'ordine per reati di tipo fiscale e tributario

Un misura restrittiva ai domiciliari con l'uso del braccialetto elettronico e un obbligo di presentarsi quotidianamente alla polizia giudiziaria. E' questo il bilancio di una operazione condotta ieri, 20 aprile,  dalla Polizia di Stato nei confronti di due cittadini cinesi, che risultano indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Le vittime sono, secondo le indagini, 50 lavoratori, di cui circa una trentina provenienti dalla Repubblica Popolare e gli altri invece sarebbero di nazionalità afgana, pachistana e bengalese, che avrebbero lavorato per più di 12 ore al giorno, con una sola pausa di 30 minuti, per sette giorni alla settimana. Senza permessi e senza ferie. Gli stranieri, tutti regolari nel nostro territorio, sarebbero stati assunti anche in nero.

I "caporali" sarebbero stati un 50enne e un 48enne che, in concorso, avrebbero amministrato quattro ditte con sede nel comune di Villorba e che lavorano principalmente capi di abbigliamento. I due cinesi finiti nelle maglia degli investigatori avrebbero anche omesso di corrispondere la retribuzione mensile, che in realtà si riduceva spesso a 40 o 50 euro al mese. In alcuni casi i due prelevavano e riaccompagnavano i lavoratori a casa, sottoponendoli a numerose misure di controllo e di sorveglianza, mentre ad altri veniva offerto, come parte del corrispettivo, un alloggio che però sarebbe stato in condizioni gravemente degradanti, privo di riscaldamento e in condizioni igieniche a dir poco precarie.

I giacigli in cui venivano offerti dormire i lavoratori immigrati

Gli agenti della Polizia, coordinati dal dirigente Immacolata Benevenuto e coadiuvati dai Vigili del Fuoco, dagli ispettori dello Spisal e dal personale dell'Ispettorato del Lavoro avrebbero riscontrato anche gravi violazioni in materia di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. A far scattare le indagini era stata l'attività di controllo sul 58enne, già noto in quanto presunto responsabile di reati fiscali. Era la condizione di bisogno dei cinquanta "schiavi" a facilitare il lavoro per i “caporali”, cui viene contestato lo sfruttamento del lavoro (con l’assoggettamento delle maestranze ad vita lavorativa completamente stabilita dal datore di lavoro di fatto delle diverse ditte, senza riconoscimento dei più basilari diritti del lavoratore) e l’approfittamento dello stato di bisogno.

Cisl: «Illegalità al limite della schiavitù, servono prevenzione e integrazione»

«Stiamo parlando non solo di evasione fiscale e contributiva, ma anche di condizioni di lavoro pessime, tali da mettere a serio rischio la salute e la vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Ad essere calpestata e offesa qui è in senso globale la dignità stessa delle persone, costrette a lavorare in situazioni che ci proiettano agli albori dell’800» commenta Gianfranco Refosco, segretario generale di Cisl Veneto, che oltre a condannare le forme di sfruttamento evidenziate e auspicare che la magistratura provveda celermente ad accertare le responsabilità, aggiunge: «Noi lo diciamo già da tempo: serve un’alleanza estesa – sindacati, associazioni datoriali e istituzioni –, per contrastare insieme questi casi persistenti di violazione di ogni regola e diritto.  Dobbiamo con forza denunciare con unica voce e combattere queste forme di vera e propria schiavitù delle persone».

Tali vicende di sfruttamento sono l’inevitabile risultato di una corsa a subappalti e terziarizzazioni al ribasso che stanno penalizzando i lavoratori dipendenti e il mercato del lavoro locale in generale, oltre che le imprese che operano invece nel rispetto delle regole. «Per questo il nostro è un appello alla responsabilità rivolto a tutta la filiera veneta della moda – aggiunge ancora Refosco –, perché si assuma gli impegni di autoregolamentazione cui finora è sfuggita.  Infine il nostro appello va anche alla Regione, perché si faccia con noi promotrice di un patto di legalità per il comparto». Già lo scorso ottobre, Cisl con Cgil e Uil Veneto, assieme all’Unità di crisi regionale e all’Assessorato al lavoro della Regione del Veneto, avevano tentato di costruire un protocollo per la legalità per la filiera della moda coinvolgendo le associazioni datoriali del settore, su modello di quello sottoscritto per la logistica.

Un protocollo che prevedesse comportamenti virtuosi da parte di tutti i soggetti coinvolti e soprattutto una vigilanza attiva non demandata ai soli organi preposti. Che coinvolgesse insomma tutto il sistema, con particolare attenzione al tema degli appalti di subfornitura. «Una proposta che non ha avuto alcun seguito ed è rimasta, alla fine, lettera morta – chiude Refosco –. E che ora rilanciamo con forza evidenziandone tutta l’urgente necessità».

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